Don Francesco ascoltava attentamente e non lo interrompeva.

Il conte proseguì con maggior dolcezza:

—Duca, come amico, come parente, io vi dico che, se dopo le tante prove che aveste dalla duchessa in questi giorni, dubitaste di lei anche un solo istante, fareste grave oltraggio a lei non soltanto, ma a voi stesso…. Rendetela felice, fatele dimenticare i tanti pencoli corsi, le emozioni penose dì questi giorni ed io sarò contento.

Vi era tanta dignità ed insieme tanta tristezza affettuosa nell'accento del conte che don Francesco, benchè tutt'altro che uomo facile a commuoversi, sentì quasi della compassione per lui; d'altronde aveva promesso a donna Livia di pacificarsi col cugino e gli stese la mano dicendogli:

—Sì, sì, avete ragione.

La pace era fatta. Donna Livia sola aveva potuto ottenerla.

—E vi divertiste, cavaliere, nel vostro viaggio? domandò dopo un momento il duca sorridendo.

—Sì, rispose pure sorridendo il conte; a Venezia vidi delle bellissime feste pel re di Francia, feste, di cui qui in Sicilia non si ha alcuna idea.

Ed intanto pensava alle tanto noje subite ed a certe scene, di cui il duca avrebbe riso se fosse stato presente.

—Ne ho piacere, rispose don Francesco. E tra sè: «Guardate come fanno bene i viaggi; ecco l'austero conte divenuto quasi spiritoso.