—Avete voi dispiacere che Dal Pozzo mi abbia narrato quanto di voi sapeva?
—No, ed anzi per darvi una prova della mia fiducia, vi narrerò in qual modo passarono i primi tempi del mio matrimonio….
—Ah donna Livia, tale confidenza!
—Ve la faccio senza difficoltà alcuna.—Ed era vero. L'intuizione della duchessa le faceva scorgere nel conte un amico, al quale poteva dire senza pericolo anche i pensieri.
—Sì, continuò poi. Io sposai don Francesco soltanto per obbedire a mio padre moribondo, quasi forzatamente. Federico, che avevo amato tanto, che a prezzo del suo sangue mi aveva salvata la vita, che mio padre aveva quasi esortato a recarsi a Lepanto, ove io lo credeva morto, era posto tra me e don Francesco. E ciò non bastava; il carattere del duca, il suo proposito di volermi soggiogare facevano il resto. Mi rammento queste parole, che egli mi disse quasi subito dopo avermi sposata, vedendomi pensierosa e triste: Ciò che soffrii da donna Livia del Faro nol soffrirò da mia moglie. La vostra tristezza mi offende; vi amo molto, ma alfine son vostro marito e comprendete….. Questo discorso non mi sorprese; io avevo già capito che egli amava far paura! È la sua abitudine!…
Il conte sorrise.
—Ma ora il suo carattere non è più sì inflessibile, e spero poterlo cangiare intieramente. E continuando:
—Non crediate, gli risposi, che io sia disposta a soffrire rimproveri od insulti. Di questo rammentatevi bene, don Francesco; io sono stata franca con voi, non vi ho lusingato, non avete dunque il diritto di offendervi della mia tristezza. Non attendetevi da me nè lagrime, nè scene, che umilierebbero me più di quanto potrebbero annoiare voi…. So quanto vi devo, e non vi mancherò…. Ma non potrete, già vel dissi, imprigionare la mia volontà.—Ah! voi mi odiate, rispos'egli. Volete vendicarvi di me, lo comprendo.—V'ingannate; io ho accettato la mia sorte.—Troncai quindi quella spiegazione, che sembrò aver fatto qualche effetto su don Francesco, il quale non toccò più apertamente quell'argomento.—Due orizzonti mi si schiudevano innanzi: o subire il mio destino come una vittima, o resistere e cercare, come una specie di conforto, di volgere al bene il duca a poco a poco.
Mi decisi per questo partito.—Se egli mi ama davvero, dissi, riescirò.—Io tenni parola, cercai vincere il mio dolore. La calma, che opposi sempre a' suoi sì facili trasporti, ottenne assai più di un'aperta resistenza. Egli sembrava amarmi più di prima. Se io vi dicessi che in seguito, comprendendo questo, non provassi mai un sentimento d'affezione per don Francesco, mentirei. L'amarezza, che io gli cagionavo, mi commoveva talvolta; talvolta il mio cuore rimproverava la mia ragione di troppa crudeltà. Ma riconoscevo in lui una di quelle tempre orgogliose e dure, colle quali guai se troppo si cede! Poi un suo sentimento, che urtasse i miei, che li ferisse, mi faceva felicitare della mia fermezza. Confesso che la rimembranza dell'amore infelice, che serbavo in fondo al cuore, aiutava la ragione in me. Pure talvolta io fui per stendere la mano a don Francesco, e per dirgli:—Tutto è dimenticato; ma no; non era tempo ancora. D'altronde la tomba di Federico era sempre dinanzi a me. Così ho potuto offrire a mio marito la mia riconciliazione, l'oblio del passato in un istante supremo. Egli aveva consentito a cedermi, a non provocar Federico, quel Chiarofonte ch'egli aveva odiato tanto, perchè io gli avevo detto essere disposta a morire pria che vedere tale duello. Voi conoscete il duca; comprendete che tale promessa fu per lui un gran sacrifizio….
—È vero!