—Potete voi dirmelo?
—Chè non mi è dato rattenere il tempo?
—Vedete, caro principe: la notte è già discesa: partite; addio.
Il giovane dovette rassegnarsi: e dopo qualche altra parola di commiato piena di passione, si allontanò colle più grandi precauzioni.
La notte era discesa infatti, e donna Maria non indugiò a rientrare.
Era agitata. Ormai si teneva sicurissima, è vero, d'aver affascinato il principe in modo, che ei non potesse più sfuggirle. Quel primo colloquio, avuto con lui da sola a solo, ne la accertava: per questo pensava meno al giovane di quanto lo avesse fatto prima di recarsi all'appuntamento.
Ma altri timori le impedivano gioire intieramente del suo trionfo. Il duca adirato le passava dinanzi come un fantasma terribile. Una sola persona, lo sapeva, poteva farsi perdonare da lui; ed era quella persona appunto, ch'ella aveva accusata. Le restava minacciare il duca di rivelare il segreto del padre; ma questo pensiero, che dapprima l'aveva rassicurata, non le infondeva più tanto coraggio.
Ella non potrebbe egualmente forse salvarsi da una esplosione di collera.
«Ma a che temer tanto? dicevasi poi, aggiungendo, come sempre accade, nuove riflessioni alle antiche…. Io posso sostenere arditamente, se don Francesco mi rimprovera, che credevo esser nel vero…. D'altronde gli dirò che intendevo parlare del cavaliere soltanto, non di donna Livia…. Poi, chi sa!… Se il duca avesse sorpreso una sola frase equivoca, allora!… Sì, ciò basterebbe a renderlo furioso, e spingerlo ad un eccesso.
»E mia sorella? Oh avrà bel fare!… Il principe ama me sola…. di questo non voglio più preoccuparmi; non devo nemmeno parlargli di lei…. no; non voglio mostrare di temer donna Rosalia.»