Un lampo di soddisfazione brillò negli occhi del duca; ma fu passaggiero più del lampo istesso, e pressochè impercettibile. La fisonomia di don Francesco rimase compassata ed altiera.
—Ero sicuro, riprese volgendosi di nuovo al monaco, che la riflessione vi avrebbe giovato; che, grazie ad essa, avreste riconosciuto la giustezza delle mie osservazioni. Bene: potete contare sopra di me.
«Ah! pensò il frate, ei crede che io abbia avuto paura!»
Ma la sua adesione era stata muta: per non dar sospetto qualche cosa bisognava dire, e le ultime parole del duca gliene fornirono occasione.
—Non potrò approfittare delle vostre offerte, Eccellenza, rispose. Io non sono qui che di passaggio: presto devo abbandonare questi luoghi.
Era vero: il duca lo sapeva: non poteva dunque meravigliarsene: eppure, provò una certa apprensione, pensando che non gli sarebbe possibile sorvegliare quel frate. Chi lo assicurava che colui, assente, manterrebbe una promessa strappatagli, egli almeno lo credeva, dal solo timore?… Lo esaminò un istante con diffidenza: il monaco comprese quel che passava nell'animo di don Francesco, ma non proferì parola.
—Io, disse il duca lentamente, vi ritengo impegnato al silenzio per sempre. Rammentatevelo bene… Per sempre! ripetè con accento minaccioso.
—Non è mia intenzione mancarvi, rispose con gravità il padre benedettino.
—Datemene un giuramento sacro.—E gli additò la croce attaccata al grosso rosario, che gli pendeva dal fianco.
—Giuro su questa croce, disse il frate, che mai rivelerò il vostro segreto.