—Stava per dirlo; ma se vostra Eccellenza non vuol riceverlo, andrò ad avvisarlo.
—No, no: fallo entrare subito: sbrigati.
Il servo escì, e poco dopo introdusse il cavaliere di Malta.
I due cugini si salutarono in silenzio, mentre il domestico si ritirava.
Per un istante entrambi rimasero muti. Non erano mai stati in termini molto cordiali, e dopo il diverbio avuto la notte della morte del vecchio duca, diverbio che era stato per degenerare in aperta contesa, l'imbarazzo, che provavano trovandosi l'uno in faccia all'altro, sarebbe stato giustificato, se anche forti ragioni segrete non vi avessero contribuito.
Sembrava che nessuno di loro volesse parlare il primo, e si squadrarono con qualche alterigia.
Al duca pareva, durante quel rapido esame, udire il cavaliere parlare d'amore a donna Livia, ed a quell'idea il suo sangue si rimescolava: mentre sembrava al conte veder don Francesco comandare, imporre il silenzio a colei, per obbedire alla quale stava per intraprendere un lungo, periglioso e forse inutile viaggio; per la quale senza esitare avrebbe data la vita.
A lui non venne neppure in pensiero che il duca, anzichè aver assistito ad una parte del suo abboccamento con donna Livia, ne avesse avuto la menoma contezza.
L'aria accigliata, con cui veniva ricevuto, non poteva sorprenderlo: era abituale a don Francesco: epperò ruppe primo il silenzio.
—Sono venuto per salutarvi, duca, disse: domani io parto.