Finalmente nella locanda di un paesello trovò una specie di mulattiere che acconsentì ad essergli di guida sino a Chieti, ove del resto doveva recarsi egualmente per commissione dei padri cappuccini, che lo impiegavano sposso.

—Là giunti, disse al cavaliere di Malta, Vostra Eccellenza potrà probabilmente accompagnarsi con qualche cappuccino, che tratto tratto ve ne sono che si recano in Romagna per predicarvi o per altro.

—Lo farei volentieri, rispose il conte.

—Allora, riprese la guida, io condurrò Vostra Eccellenza nel convento dei Padri, che trovasi nei dintorni di Chieti.

Il cavaliere di Malta accettò, e si rimise in cammino col servo e col suo conduttore, il quale montava una grossa mula carica di diverse bisacce contenenti carte ed altri oggetti diretti ai padri cappuccini.

Il freddo era ancora abbastanza vivo in mezzo a quei monti: e le lunghe notti, le pioggie, che cadevano talora, obbligavano a fermate più lunghe di quanto il cavaliere avesse previsto.

Nulla stancava la sua costanza: eppure per natura egli era poco paziente.

Ma l'idea che le noje, cui sottostava, erano necessarie per obbedir donna Livia, bastava ad alleggerirgliene il peso.

Amava la giovine duchessa come si ama di rado; immensamente cioè, e senza speranza alcuna di mercede. Una volta che egli aveva accennato tremando al suo amore, ella, se lo rammentava ad ogni istante, gli aveva detto che tale amore per la sposa di un altro, di suo cugino, era indegno di lui, che ogni sua lusinga sarebbe stata follia verso sè stesso, offesa grandissima a lei, ed egli aveva giurato di non parlarne giammai.

L'amicizia, che poi ella gli aveva accordata, la fiducia che in lui riponeva lo rendevano altiero; gli bastavano, o faceva almeno il possibile perchè gli bastassero.