Ed a lui era vietato persino ciò che è sempre concesso agli innamorati: pascersi cioè d'illusioni: immaginare, circostante imprevedute e lontane che possono venire a cangiare qualunque situazione più difficile. Donna Livia in ogni modo mai lo avrebbe amato; mai sarebbe stata sua. Libero, la morte di don Francesco gli sarebbe forse balenata un istante come ipotesi possibile; Vi avrebbe fermato il pensiero involontariamente, arrossendo fors'anco, ma con trepidazione; avrebbe veduto aprirglisi dinanzi una fuggitiva probabilità, una via nascosta, nella quale pur ripugnando d'entrare, avrebbe creduto scorgere una meta.

Ma egli, legato da voti eterni, non aveva nemmeno mai guardato a tal via: fra il suo amore e donna Livia vi era un abisso: lo sapeva, e nondimeno la adorava sempre. Ella in quel viaggio gli era ad ogni istante presente: si chiedeva ciò che ella farebbe, che le avverrebbe in quella Catania da cui sempre più andava allontanandosi.

Pensava anche a donna Rosalia: un segreto presentimento gli faceva temere che la sua figlioccia non resisterebbe alle pene che l'attendevano. Confrontava tra sè quell'assenza alle altre: provava una voluttà amara e melanconica, nel dire a sè stesso che mai si era sentito come allora legato a Catania tanto fortemente.

Precorreva col pensiero il giorno in cui vi ritornerebbe: lo desiderava e lo temeva insieme.

Ed intanto procedeva, ma lentamente.

Era contento della sua guida, che conosceva perfettamente le strade, e che faceva quanto era in poter suo per assecondare l'impazienza che egli mostrava.

Quel buon uomo era d'altronde poco voglioso di prolungarsi l'onore di viaggiare in compagnia d'un cavaliere generoso ed affabile, ma che non proferiva mai dieci parole di seguito, e che coll'esempio forse aveva reso il suo servo poco ciarliero.

Ad Ambrogio, chè tale era il nome della guida, era occorso più volte far cammino insieme a frati di diversi ordini, e mai ne aveva trovato alcuno che serbasse con più regolarità il silenzio di questi suoi compagni. Credeva la parola una necessaria manifestazione del pensiero, e fra sè diceva che il suo momentaneo signore doveva pensare assai poco. Non immaginava come invece il povero conte fantasticasse continuamente; come, mentre sembrava fissare la criniera del suo bel cavallo nero, il suo cervello non potesse trovare un momento di riposo.

Ambrosio in buona fede credeva, ed avrebbe scommesso, che quel gentiluomo non sapeva sostenere una conversazione; egli al contrario si sentiva nato per la società: così ad ogni momento rivolgeva il discorso al servo, non osando farlo al padrone. Non lo lasciava per un pezzo, accontentandosi della brevità con cui gli si rispondeva.

Sin dal principio aveva chiesto e chiedeva ancora al fedele seguace del conte di San Giorgio il nome di questi; ma tali domande riescivano sempre inutili: il cavaliere aveva detto al suo servo Antonio che desiderava non si sapesse chi egli fosse, e ciò era bastato a chiudergli le labbra in proposito. Invano la guida diceva goder tutta la fiducia dei padri cappuccini; che quindi si poteva contare sulla sua segretezza, se la segretezza era necessaria.