La signora raccontò una scena commovente.

Cinque operai erano andati al lavoro malgrado le minacce dei compagni, dicendo che non avevano nessuna ragione di abbandonare una famiglia che li aveva sempre beneficati. Gli altri volevano entrare a forza per trascinarli di là, bastonarli, e forse ucciderli; tanto che essa stessa li avea pregati di sospendere il lavoro; ma quando uscirono dalla fabbrica furono accolti a furia di fischi e d'insulti; era una cosa che faceva proprio pena. Era vero che dei sassi erano stati lanciati dietro alla loro carrozza. Fortunatamente non avevano ferito nessuno, ma erano tutti sgomentati e tremavano ad ogni più piccolo rumore e ad ogni suonata di campanello.

—E come farete questa notte?—disse il professore.

—Chiuderemo bene la villa, e starà alzato qualcuno a far la guardia.

—Se voleste venire da me,—disse il Damiati.

—O da noi—disse Maria.

—Grazie,—ma prima di tutto non si vorrebbe attirar su di voi l'ira del popolo, poi non vogliamo abbandonare la casa; sarebbe una viltà. Anche i ragazzi devono abituarsi alle lotte e alle difficoltà della vita; se in questi giorni avrete coraggio di venire a tenerci compagnia, ci farete un regalo; nei momenti difficili quando si ha tanti nemici, fa piacere aver dei buoni amici, e vedere che non ci abbandonano.—

Maria promise di passare alla villa gran parte della giornata coi suoi fratelli, e si offerse per tutto quello che potesse loro esser utile.

Le faceva proprio pena vedere quella famiglia in quel frangente, e chiusa in casa come in una prigione, e quando furono usciti, chiese ad Elisa se avrebbe avuto piacere in quel momento trovarsi nei panni d'Elvira, ch'essa invidiava tanto.

—Sono in prigione, ma è una bella prigione, dove io ci starei tutta la vita,—rispose la fanciulla.