—Lo lessi, perchè in questo momento mi parve fosse opportuno;—disse
Maria;—vi ringrazio d'avermi prestata attenzione.

Mario, come al solito, si era sfogato a far disegni uno più buffo dell'altro, che tutti si passarono di mano in mano.

Rappresentavano nientemeno che un ragazzo che usciva dalla macchina tipografica colla faccia stampata, poi Gigi che faceva le boccacce a Pinella, e questi che dava un abbraccio alla macchina, ed altre simili stramberie.

ULTIMI GIORNI.

Maria si sentiva stringere il cuore al pensiero di lasciare quel casolare di campagna dove avea passato due mesi deliziosi e dove s'era trovata tanto bene: ai ragazzi pareva addirittura di andare in prigione ed erano tutti imbronciati all'idea di lasciare quella vita all'aria aperta, allegra e spensierata per riprendere la via della scuola ed essere obbligati a stare delle lunghe ore immersi nello studio.

Maria avea detto che anche le cose migliori devono finire, che quella vita era bella perchè diversa da quella di tutti i giorni, ma che bisognava decidersi a ritornare in città.

Incominciò ad occuparsi con ardore dei preparativi della partenza, tanto per stordirsi e sentir meno il distacco da quei luoghi piacevoli e da tante persone simpatiche, alle quali avea posto affezione.

Era verso l'ora del tramonto dell'ultima giornata di villeggiatura e un'ombra di tristezza passava sulla fronte serena della fanciulla all'idea delle lotte quotidiane che l'aspettavano in città per far studiare i suoi fratelli e tener disciplinata quella schiera irrequieta.

Quando vennero don Vincenzo e il professor Damiati per passare quelle ultime ore nella sua compagnia, erano dispiacenti anch'essi di dover interrompere la piacevole consuetudine di vedersi tutti i giorni, e di veder partire i loro amici.

La sera era bella e piena di profumi, e stettero fuori per un po' di tempo, girando per il giardino e contemplando la luna che sorgeva sull'orizzonte come un disco infocato.