Il lavoro andava sempre avanti, e la fanciulla vedendo che le riusciva bene, lavorava, lavorava tutte le notti; si sentiva stanca, le sue palpebre si facevano gravi pel sonno, ma essa lo combatteva facendo un giro per la stanza e dandosi dei pizzicotti, e il lavoro procedeva sempre, finchè un giorno, lo portò tutta contenta al negoziante senza dir nulla alla mamma, e tornò a casa con un gruzzolo di danaro che capitava a proposito, perchè colla malattia avevano quasi consumato tutti i risparmi.
Quando la fanciulla era stanca da non potersi più reggere in piedi incominciò la convalescenza per la mamma: era tempo.
Il dottore prediceva che fra pochi giorni l'inferma avrebbe potuto alzarsi, e intanto la fanciulla poteva dormire di più mentre la mamma non aveva più febbre, la ferita s'andava rimarginando e non c'era bisogno di vegliare la notte.
Il primo pensiero della povera donna quando si sentì meglio, fu di chiedere il suo lavoro.
—È stato consegnato al mercante.
—E chi lo ha terminato?
—Io non so, sarà stata una fata.
La donna guardò in faccia la figlia, poi si ricordò d'averla veduta come in un sogno, nelle sue notti febbrili, tutta intenta a far andare la macchina da cucire e alla sua mente apparve la verità.
—Figlia mia,—disse abbracciandola,—sei stata proprio tu; ma come hai fatto a far questo miracolo?—poi la guardò bene in faccia, e soggiunse:—Povera bimba, si vede; sei tanto pallida, e hai sotto agli occhi quei due cerchi neri; e pensare che non m'ero accorta di nulla! Come si diventa egoisti quando si è ammalati! Ma ora dovrai andar fuori all'aria aperta e divertirti, sarò io che ti curerò.
—Vedrai, mamma, che il saperti guarita mi renderà per la gioia il colore alla faccia; non temere, sto bene e sono tanto contenta.