Quando potè riavere il fiato, gli disse: — Come hai parlato bene! Non avrei creduto mai, ma mi perdoni, non è vero? Non mi serbi rancore di quello che è avvenuto?

— Non parliamo di queste malinconie, ho tutto dimenticato, — disse Ugo.

E lo presentò a quelli che lo circondavano, che gli fecero feste dicendogli che doveva essere orgoglioso di avere un simile figliuolo. Poi l'invitarono ad un banchetto che volevano dare per festeggiare il professore.

Il signor Carlo non sapeva quasi più d'esser su questa terra, provava un'ebbrezza, una gioia come non aveva mai provato nella sua vita, e sarebbe stato completamente felice se non avesse sentito il rimorso di aver fatto rinchiudere il figlio, che avea mostrato tanto ingegno, in una casa di salute. Quel rimorso offuscava la sua gioia e avrebbe dato parecchi anni di vita perchè quel fatto non fosse avvenuto. Egli seguiva il figlio glorioso come attratto da una forza superiore, lo vedeva stimato e ammirato, gli pareva fino di trovare in lui un mutamento, circondato come era dall'aureola del trionfo.

Anche Giulia s'era unita al crocchio che circondava Ugo, tutta orgogliosa di aver contribuito a quella giornata trionfale.

Quando la sera si ritrovarono riuniti al Cova, al banchetto che gli ammiratori avevano voluto offrire ad Ugo, al signor Carlo pareva d'esser nel mondo dei sogni; con quella sala illuminata, la tavola scintillante di cristalli e d'argenti e coperta da lunghe corone di fiori che la rendevano allegra. Quelli che non potevano avvicinarsi al professore s'accostavano a lui e gli domandavano ragguagli sull'infanzia e giovinezza del figlio, quasi quasi gli pareva d'essere un uomo importante e d'entrarci per qualche cosa nella riuscita di Ugo; era espansivo, parlava del professore con entusiasmo esagerandone le doti del cuore e dell'ingegno, voleva stordirsi per far tacere il rimorso che l'opprimeva.

Al momento dei brindisi si acclamò il professor Ugo come speranza della scienza, ed egli rispose poche parole ringraziando d'esser stati tutti tanto buoni ed indulgenti per lui, e brindò alla scienza che toglie il velo che offusca la verità e al padre che avea lasciato la pace della casa tranquilla per venire alla sua festa.

Un evviva dedicato al signor Carlo fece eco a quelle parole, e quando il figlio gli fu vicino e gli toccò il bicchiere due lagrimoni gli scendevano sulle guance.

— È troppo, è troppo, — diceva, — mi fa male.

Ma il professore non dimenticò nemmeno la zia Giulia che se ne stava in un angolo quasi nascosta fra le giubbe nere e si avvicinò a lei con un sorriso chiamandola il suo buon genio, il suo angelo tutelare.