Per qualche tempo visse come in un mondo fantastico: regali, vesti eleganti, biancherie vaporose adorne di merletti, ricami, fiori, augurii; poi un bel giorno indossò una veste bianca coi fiori d'arancio, poi un elegante vestito da viaggio e via col signor Zuccoli; ma invece che un'aereonave fu un semplice automobile che la portò lontano lontano.
Quello che le parve un vero capitombolo, fu quando si trovò a casa sua ed il signor Cristoforo, Cristofino come s'era abituata a chiamarlo per ingentilirne il nome, riprese le consuete occupazioni, e si trovò sola, obbligata a pensare al governo della casa.
Il signor Zuccoli era un tipo alquanto originale. Rimasto solo, giovane, e ricco, si era lasciato vincere dalla passione per la meccanica, ed occupava tutte le sue giornate facendo calcoli, combinando congegni, fabbricando piccoli meccanismi.
Egli aveva la bizzarria di copiare, in piccolo, tutte le scoperte moderne; sarebbe stato l'inventore degno del regno di Lilliput; così avea fabbricato un automobile perfetto, che avrebbe potuto servire per una bambola, poi piccoli telefoni, telegrafi in miniatura, e stava combinando delle aereonavi piccine che poi voleva ingrandire mano mano, e così sperava di sciogliere il problema della navigazione aerea; voleva trovare il telefono senza fili e tutto ridurre in modo così minuscolo, che occupasse il minor spazio possibile; per le sue macchinette adoperava l'acciaio, l'alluminio, il nichelio, gli piacevano le cose fini e minuscole; lo sgomentavano le grandi masse di ferro, le ruote dentate e gigantesche, i grossi cilindri, e soleva dire che, quando una macchina è riuscita in piccolo non c'è nessuna ragione perchè, fatti i debiti calcoli, non debba riuscire in proporzioni maggiori. Egli si contentava di far dei modelli, ma ci teneva che riuscissero perfetti.
Eccettuata questa specie di micromania, la sua mente era d'un equilibrio perfetto come le sue macchine.
Fania, che non capiva nulla di quei meccanismi, lasciava il marito tutto il giorno occupato coi suoi calcoli, e via se n'andava continuamente in giro per la città, gustando la gioia d'esser libera, di poter passeggiare sola e d'esser chiamata signora. Rientrava all'ora del pranzo e, meravigliandosi di non trovare nulla di pronto, si metteva a piangere nel timore che il marito la sgridasse; ma se egli era di buon umore si contentava di dirle:
— Ma da che mondo vieni?
— Credevo che ci pensasse la cuoca.
— Ma se non ordini quel che desideri, come vuoi che faccia?... sei tu la padrona.