— Prendi, — le disse mostrandole un gingillo d'oro come un grosso orologio, tutto frastagliato in modo che si vedeva internamente un piccolo meccanismo con una sfera che girava torno torno con una rapidità meravigliosa, — è un porta fortuna che ho fatto per te.... Vieni qui, voglio appuntartelo sul vestito come un orologio.
— Oh bello! Grazie, — disse Fania, — vedremo se mi farà passare una giornata piacevole. Arrivederci.
E tutta contenta, trotterellando speditamente, prima andò dalla sarta e offerse duecento cinquanta lire d'un vestito che avea veduto il giorno prima e le stava a pennello; ma la sarta disse:
— È impossibile, lasciarlo a trecento non guadagno nulla.
— Via, via, questa volta si contenti.
— Vi deve aggiungere qualche cosa.
— Intanto lo mandi a casa, — disse la signora, pensando che la sarta non l'avrebbe pagata subito.
Poi andò verso la Galleria, dove tutti i giorni incontrava il cugino Giacomino, che l'accompagnò per un tratto di strada, poi le offerse di andare a prendere il tè al Biffi. Quando furono seduti ad un tavolino, incominciarono a chiacchierare allegramente e Giacomino le chiese:
— Ieri come hai passato la serata? che cosa fa «il mago Merlino?»
— Una noia. Figurati: egli mi parlava di meccanismi, di calcoli matematici, ed io non ne capivo nulla, e dormivo in piedi.