— Perchè la crisi passa come viene e tu ne soffriresti inutilmente; mi prometti dunque di allontanarti?
— Non posso farti una promessa che non potrei mantenere. Desidero vedere di che cosa si tratta, e la mia non è una curiosità da femminuccia, ma una curiosità scientifica, e poi mi spinge la speranza di esserti di qualche sollievo.
— Almeno, ti prego, non avvicinarti a me. Devo narrarti una cosa che ho sempre tenuta chiusa nel mio cuore, ed al pensarvi soltanto mi rinnova un dolore crudele. Mi rincresce evocare in questo giorno un ricordo così triste, ma vi sono costretto per difenderti da te stessa e impedire che avvenga un fatto al quale non potrei sopravvivere.
Valentina lo guardò esterrefatta. Che cosa doveva dirle di tanto grave? Stette ad ascoltare tutta trepidante.
— Una volta, — riprese Lodovico col pianto nella voce, — avevo un cagnolino, Fedele, il mio unico amico, il solo compagno della mia vita solitaria; ebbene, dopo una delle mie crisi lo trovai morto, soffocato, accanto a me. Che cosa era accaduto? Forse vedendomi soffrire si era avvicinato per recarmi soccorso, forse per farmi una carezza, mistero! Sono certo che l'uccisi colle mie mani, e non me ne so ancora dar pace; pensa se tu ti avvicinassi e ch'io ti facessi male, ti ucc.... Dio mio! sento che ne morrei. È terribile non poter dominare i proprii movimenti!
— Non temere, Lodovico, veglierò su te, ad una certa distanza, e saprò difendermi. Ed ora non pensiamo a cose tristi.
— Hai ragione, — disse Lodovico, abbracciandola, — godiamo di questi momenti di pace che ancora ci rimangono.
E stettero vicini in quella stanza appena illuminata. I loro volti erano sereni, ma un velo di mestizia pareva fosse sceso su quelle cose che pochi momenti prima parevano tanto gaie ai due innamorati.
III.
Lodovico aveva accompagnato Valentina nella stanza dai parati color di rosa, e s'era indugiato a discorrere con lei di mille cose, e fatto progetti per l'avvenire.