Accanto a lui una bella fanciulla, Marcella Montecchi, laureata in scienze naturali, era intenta a togliere con uno spillo i visceri di alcune mosche; li schiacciava fra due piccoli pezzi di vetro e li porgeva man mano da esaminare al professore.

Una pace tranquilla regnava in quell'ambiente; intorno alle pareti alcuni ritratti d'uomini d'altri tempi risaltavano come bianchi spettri sopra un fondo cupo; se avessero potuto rivivere, si sarebbero meravigliati di vedere due grandi tavole piene di arnesi sconosciuti e la sala dove solevano ricevere principi e cavalieri, mutata in un laboratorio da alchimista, e sarebbero stati imbarazzati di spiegare a che cosa dovesse servire il lavoro della bella fanciulla che continuava a porgere al professore i vetri preparati per l'esame, movendosi lentamente, in quell'atmosfera calda e snervante.

Quando il professore avea terminato di osservare un oggetto, scriveva alcune note sopra un quaderno e si rimetteva al lavoro in silenzio, immerso nei suoi pensieri.

Pensava appunto quanto Marcella gli fosse stata utile dopo che era entrata nella sua vita, come assistente. Si rammentava, ch'egli non aveva veduto molto volontieri la donna introdursi nell'Università credendola un essere frivolo e poco adatto a seri studii, e sul principio anche con Marcella era stato severo come tutti i suoi colleghi, ma poi, essa avea studiato con tanto amore e con tanta intelligenza tutti quegli anni, s'era presentata agli esami un po' pallida e affaticata pel lungo lavoro, ma agguerrita, sicura di sè, con idee chiare e precise, con risposte pronte che mostravano il suo studio non esser stato superficiale, ma che avea approfondito ogni materia, e ne rimase tanto sorpreso, che per quanto i colleghi volessero essere ingiusti per impedire alla donna d'invadere le carriere riservate agli uomini, piegandosi all'evidenza spezzò una lancia a favore della nuova dottoressa e non solo fu approvata a pieni voti, ma avendogli il governo concesso di scegliere fra i laureati un assistente per i suoi lavori tanto utili alla scienza e all'umanità, aveva nominato Marcella, trovandola la più meritevole d'esser preferita.

Ed ora sentiva che l'aiuto della fanciulla gli era necessario, ed essa era orgogliosa d'esser utile al suo professore e maestro, a quello che aveva sempre riguardato come un essere superiore; era persuasa di aver imparato assai più nei pochi mesi che frequentava il suo laboratorio, che in tutti gli anni passati all'Università e provava una stretta al cuore, pensando che fra pochi giorni il professore sarebbe andato lontano in cerca di nuovi materiali per i suoi esperimenti, ed essa, per trovare un posto d'insegnante o d'assistente, avrebbe dovuto lottare contro il pregiudizio di coloro che non vogliono incoraggiare la donna a dedicarsi ad occupazioni intellettuali fuori dell'ambiente domestico, oppure ritirarsi sulla montagna in una casetta lasciatale dalla madre, dove avrebbe trovato un vuoto intorno a sè, e priva delle lezioni del suo maestro la sua intelligenza si sarebbe arrugginita, e scoraggiata ed avvilita sarebbe stata molto infelice.

Immersa in questi pensieri sentiva come un peso sul cuore, e in quel silenzio le uscì dal petto quasi suo malgrado un profondo sospiro.

Il professore interruppe il lavoro e:

— Siete stanca, — le chiese.

Marcella fece cenno di no col capo.

— Avete dunque pensieri tristi, alla vostra età?