Ma la voce di Grimani la rassicurava parlandole sommesso come se fosse stato in chiesa, le diceva che bisognava far presto, egli non voleva far la commedia del fidanzato, gli pareva ridicola, tutto dovea esser semplice, naturale come la loro vita.
Ed essa si cullava al suono di quella voce, che le andava diritta al cuore, e nel tepore di quel pomeriggio di luglio, nella sala silenziosa, le pareva di sentire un languore delizioso come se fosse trasportata su su in cielo da una schiera di angeli. Avrebbe voluto che quella giornata non avesse più fine, ma la terra segue imperterrita il suo cammino, non curando il desiderio dei suoi abitanti e già il sole sembrava spegnersi dietro le colline e l'ombra invadeva ogni cosa.
Marcella si riscosse, si alzò e disse:
— È tardi, bisogna andare, mia cugina m'aspetta, domani verrò più presto.
Il professore non voleva lasciare la mano che teneva imprigionata nella sua.
— Dunque sì? — le disse.
Essa alzò gli occhi, chinò il capo arrossendo, e fuggì via lasciando il professore che la seguì collo sguardo, contento d'essersi tolto il peso che l'opprimeva da tanti giorni e assicuratasi la compagnia di quella fanciulla che era divenuta necessaria alla sua esistenza.
II.
Giulio e Marcella sono sempre nella grande sala intenti al lavoro, nulla è mutato intorno ad essi, ma non sembrano più quelli di prima.