Non avrebbe mai pensato di poter dimenticare i suoi studii prediletti per i begli occhi di una fanciulla, e n'era sorpreso.
Marcella invece aveva paura della sua felicità, diceva di sentirsi tanto contenta, temeva che il cuore le scoppiasse per la gioia.
— È troppo, è troppo! — esclamava; — temo di morirne.
Abituati ad osservar tutto con intendimenti scientifici, si studiavano a vicenda, procuravano di scoprire il mistero che li aveva uniti quasi inconsapevolmente.
— Peccato che non possiamo esaminare col microscopio quello che avviene nel misterioso laboratorio che è il cervello umano, — diceva Marcella.
— È meglio così, — rispondeva il professore; — il mistero è quello che attrae e affascina, analizzare e conoscere i nostri sentimenti non ci renderebbe più lieti.
— E se non si potesse continuare ad amarci così intensamente! L'avvenire mi spaventa, — diceva Marcella, — mi par di vivere in mezzo ad una luce abbagliante, che appunto perchè troppo radiosa, si possa spegnere da un momento all'altro.
— Sta in noi di tenerla sempre accesa, — non pensiamo all'avvenire che è nelle mani del destino, come non dobbiamo curarci della gente che ci circonda.
E così passavano quelle giornate indimenticabili sempre assieme facendo delle lunghe passeggiate, arrampicandosi sui monti, attraversando ghiacciai, rallegrandosi di ogni difficoltà vinta, d'ogni nuovo sentiero scoperto, correndo talvolta come scolaretti in vacanza sulle chine erbose dei monti, ridendo di loro stessi, non riconoscendosi in quella nuova vita giovanile che, repressa dalla serietà dei loro studii, scaturiva baldanzosa come limpida fonte alla quale sia stato tolto ogni impedimento.