E si dilettavano in quella vita che avevano riguardata un tempo come frivola, dimenticando tutto, nel timore che dovesse un giorno o l'altro finire.

— Eppure dovremo riprendere i nostri lavori, — disse un giorno il professore.

— Peccato! — rispose Marcella.

Ma intanto il tempo passava e non si risolvevano mai a rompere l'incanto di quelle giornate. Ci volle una bufera di neve a spingerli a lasciare le alte cime e ad avviarsi più giù in riva al mare.

Andarono a Napoli e in Sicilia: la temperatura calda, la luce abbagliante del mare azzurro diede loro un nuovo godimento; di giorno ammiravano la instabile superficie delle onde, le vele candide, i bastimenti formidabili; la notte si lasciavano cullare in canotto sull'onde increspate, dove l'ombra era più profonda ed osservavano la fosforescenza del mare che pareva illuminato per far loro festa.

Era una scìa luminosa che seguiva il solco del canotto, erano striscie che scendevano dai remi quali frangie d'oro o d'argento.

Marcella che vedeva quello spettacolo per la prima volta, ne era entusiasta ed ogni sera voleva goderlo nuovamente senza esserne mai sazia.

Una volta il remo andò ad urtare in una massa d'alghe marine e di pesci ed il mare divenne in un istante tanto infocato come se il sole si fosse immerso nelle onde tenebrose.

Marcella era in estasi; e il professore disse non esser vero che regni l'oscurità in fondo al mare, chè mille animali pieni di luce lo irradiano e molte sostanze fosforescenti lo inondano di raggi e scintille.

Egli che da tanto tempo desiderava studiare la fosforescenza del mare, da quelle passeggiate ne riportò come una suggestione e sentì sorgere nel suo spirito una volontà irresistibile di rimettersi al lavoro.