Valentina immobile stava attenta ad ascoltare. Dopo le prime frasi potè raccapezzarsi meglio in mezzo a quel torrente di parole paurose.
— Aiuto! — egli gridava, — aiuto! ecco, viene col pugnale; uno, due, tre.... gli squarcia il seno: oh che rantolo, è morto; ancora, ancora! perchè? È terribile.... non voglio più sentire quel gemito.... anche lei.... salvala.... peccato, è così bella.... no? no? ah! offre il seno.... ah, l'uccide.... quanto sangue.... via, via.... assassino.... ed ora ecco le vittime; le avvolge nel lenzuolo.... è tutto rosso di sangue. Dove va? dove le trascina? giù in fondo.... sento il rumore delle loro teste che cozzano; tun, tun, tun.... pietà pei morti.... giù, giù ancora; perchè li trascini? Perchè li scuoti? aiuto!... aiuto!... La fossa è nera giù.... perchè le ossa scricchiolano? ahi, le sento qui.... aiuto.... aiuto!...
E si voltava per il letto gettando via tutto quello che gli capitava in mano, contorcendosi in modo spaventoso; pareva che le sue ossa si spezzassero, agitava le braccia come se volesse scacciare una terribile visione. Lodovico continuava:
— Ed ora dove mi conduci? Dove fuggiamo? Quanti soldati! C'inseguono.... via, via! Andiamo lontano.... lontano.... lontano....
Valentina tremava alla vista di quello spettacolo atroce, eppure non si sentiva la forza di fuggire, se ne stava là immobile, impetrita, come una statua. Ad un certo punto Lodovico parve calmarsi, respirò forte come uno che fosse fuggito da un pericolo, e fu colto da un sonno profondo, quasi letargico; soltanto il suo corpo di tanto in tanto sussultava.
Valentina sentì risvegliar in sè, sotto l'involucro femmineo e sensibile, la missione del medico; si avvicinò al letto, e pose una mano sul cuore di Lodovico. Il cuore sussultava, batteva come se avesse fatto una corsa vertiginosa, poi gli posò la mano sulla fronte e la sentì madida di sudore.
— Bisogna farlo guarire, — disse fra sè. — Impossibile che il suo cuore possa sopportare ogni notte una scossa così tremenda, e poi io lo amo e non potrei sopravvivere alla sua morte.
La crisi era passata, e adagio Valentina si ritirò nella biblioteca per meditare su quello che aveva veduto. A che categoria apparteneva la malattia di Lodovico? A quelle che hanno sede principale nei centri nervosi, questo lo sapeva. Non era pazzo, e nemmeno sonnambulo; non ammetteva che si trattasse di epilessia come molti dei suoi colleghi avevano dubitato. Secondo lei, era un fenomeno di suggestione, e prodotto da un'influenza esteriore che aveva impressionato eccessivamente un cervello giovane e sensibile.
Quale poteva essere quest'influenza, non si spiegava, ed era impaziente che suo marito si svegliasse per poterlo interrogare. Si rammentava che nella tesi di laurea aveva svolto il concetto delle influenze ataviche sui centri cerebrali, e s'era convinta da' suoi studii e da alcune esperienze fatte, che le impressioni ricevute dai nostri avi si possono ripercuotere nel nostro cervello e che, come l'imagine fotografata sopra una lastra sensibile, si rivela al primo raggio di sole, così alla prima occasione quelle possono uscire disordinate dalla mente. Doveva esser certo avvenuto così nel cervello di suo marito. O aveva avuto una forte impressione da bambino, oppure doveva cercare il fatto tragico nella vita dei suoi avi.
Tutta la notte essa stette sfogliando libri e riviste; l'ansietà di sapere le aveva fatto dimenticare la stanchezza d'una giornata piena di emozioni. Il sole era già spuntato sull'orizzonte quando Lodovico entrò adagio nella libreria. Valentina stava leggendo attentamente l'Eredità di Lucas e non si accorse del passo di lui.