Marcella invece era preoccupata da altri pensieri, non aveva più per la scienza l'attrazione d'un tempo, si sentiva mutata e pensava che fra pochi mesi un nuovo ospite sarebbe venuto a rallegrare la vecchia casa, e voleva prepararsi a riceverlo degnamente.

Pensava che non avrebbe potuto più dare tutto il suo tempo agli studii del marito, e ciò la rendeva un po' triste.

Il professore se ne accorse e le chiese:

— Non sei contenta della tua casa, ti dispiace ch'io l'abbia fatta un po' ripulire?

— Non è questo che mi dà pena, ma temo che non potrò più aiutarti come prima nei tuoi lavori, e tu che m'hai sposato per questo scopo che cosa penserai di me?

— Non temere, ti ho ingannato e volevo ingannare me stesso, ma ti ho sposato perchè non potevo vivere senza averti vicina; eri il mio raggio di sole, la mia gioia, e accetterò il tuo aiuto come un dono, ma se non puoi, farò da me solo.

— Quanto sei buono! — disse Marcella, — come tutto è mutato: poco tempo fa mi davi soggezione, un tuo sguardo mi faceva tremare, ed ora provo per te soltanto amore e riconoscenza, ma ti aiuterò, sai, non come prima perchè avrò altre occupazioni; non ti dico di più, è un mio segreto.

E il segreto fu subito svelato quando si vide capitare in casa tanti oggetti minuscoli, della tela candida e sottile, e finalmente una piccola culla, che Marcella voleva adornare per il loro bimbo. Mentre Giulio preparava i materiali per i suoi studii, essa tagliava la tela e colle sue mani cuciva piccoli indumenti che parevano fatti per la bambola.

Il professore si meravigliava di vederla coll'ago in mano intenta a lavori donneschi.

— C'era bisogno di studiare all'Università per far dei lavori che tutte le donne possono fare? — le diceva.