Dopo qualche giorno si era calmata la sua paura, e nella solitudine e nel silenzio della notte ridestandosi la curiosità scientifica, osservava la testolina luminosa del figlio e si sorprendeva notando i movimenti del cervello, che mandava spesso scintille più o meno luminose, secondo le imagini che si succedevano e le impressioni che ne riceveva.

Aurelio cresceva come un fiore rigoglioso, e pareva che i microbi inoculati nel suo organismo gli avessero dato maggior vigore, al punto che Marcella era quasi pentita della decisione presa, ed incominciava a pensare al marito con vera indulgenza.

Essa non sapeva come egli fosse rimasto affranto dal dolore, vedendosi abbandonato dalla moglie che adorava: non sapeva che s'era ammalato gravemente al punto da dover chiamare presso di sè il fratello e il nipote, nel timore di non poter sopravvivere, e non volendo dar sue notizie a lei, che era stata tanto crudele da abbandonarlo.

— Se io muoio, sarà il suo castigo, — aveva detto al fratello, parlando di Marcella, — e ne avrà rimorso per tutta la vita.

E il fratello Paolo fu un vero consolatore per lui, e il nipote, mostrando molto interesse per la sua scoperta, pareva gli ridonasse la salute.

— Era forse un delitto fare sul proprio figlio un esperimento innocente? — chiedeva il professore.

— Anzi, tutt'altro; io sarei glorioso, — rispondeva il nipote, — di poter esserti utile.

— Davvero? e ti presteresti ad un esperimento?

— Se credi, caro zio, mi metto subito a tua disposizione.