— Bada che sono capace di prenderti in parola, — disse lo zio, e rivoltosi al fratello chiese: — E tu permetteresti?

— E perchè no? — rispose Paolo, — mi fido di te interamente.

Il professore era contento; ciò avrebbe servito d'esempio anche alla moglie, se il fratello gli affidava il suo unico figlio, e poi poter studiare l'effetto dei microbi in una persona sana, era quello che desiderava da tanto tempo, e sarebbe stato un diversivo ai suoi dispiaceri.

Così, mentre Paolo scriveva alla cognata per persuaderla al ritorno, dicendole d'aver trovato Giulio molto ammalato ed avvilito, raccontava ch'egli aveva permesso a suo figlio, la sola persona che lo tenesse attaccato alla terra, di servire agli esperimenti del fratello, e che questi si effettuavano ogni giorno, ed Enrico si lasciava inoculare i microbi fosforescenti, ne ingoiava nel cibo, sorridendo e scherzando, contento di servire così alla scienza. Del resto, diceva che i microbi gli facevano bene alla salute, perchè dopo averne fatta la conoscenza, si sentiva aumentato l'appetito e avea il sonno più tranquillo.

Ogni sera, quando i lumi erano spenti, Enrico si guardava nello specchio per vedere se il suo corpo incominciasse a dar segni di fosforescenza. Dopo qualche giorno, forse per effetto d'immaginazione, gli parve già di risplendere nell'oscurità, e lo disse allo zio, il quale era certo che la sua cultura di microbi era d'esito sicuro, però voleva aspettare ad esaminarlo che il corpo avesse ottenuto la massima trasparenza, intanto si compiaceva di vederlo di buon umore ed in perfetto stato di salute.

— Possibile — diceva — che i miei microbi possano servire di farmaco? Non ti ho mai visto così florido!

— Non fanno male di sicuro, mi sento bene e pieno di forza.

Una sera però il professore, esaminando bene il corpo del nipote, si mostrò invece cupo e non ebbe più voglia di scherzare.

— Perchè fai quella faccia scura, — disse Enrico, — hai forse scoperto nel mio corpo qualche principio di terribile morbo?