— C'è qualche cosa che non so spiegarmi, vedremo meglio domani, — rispose il professore, ma rimase tutto il giorno svogliato e silenzioso.

Pareva che un nuovo dolore fosse piombato sul vecchio palazzo.

Paolo aveva un cattivo presentimento e non osava chieder nulla. Soltanto Enrico era calmo e sereno, si sentiva bene e non voleva inquietudini.

In seguito ad altri esami, quando il corpo del nipote, sotto l'azione dei microbi s'era fatto più luminoso, il professore non ebbe più dubbio, e fu convinto che un punto nero scoperto all'apice d'un polmone, era un principio d'una malattia che avrebbe potuto distruggere un'esistenza così preziosa, ma non si sentiva il coraggio di darne al fratello la notizia, pur riconoscendone il dovere.

Una sera che Enrico era andato a leggere nello studio di Marcella e i due fratelli s'erano indugiati in sala da pranzo a sorseggiare il caffè ed a fumare un sigaro, Paolo ruppe il silenzio e disse al professore:

— Ti prego di dirmi la verità, hai scoperto nel corpo di Enrico qualche cosa che non va bene e vuoi nasconderla?

— Veramente non sono sicuro di me stesso, la medicina è una scienza molto difficile, ed io la conosco in teoria e poco in pratica, e m'impressiono facilmente per cose da nulla.

— Ma in nome del cielo, che cosa hai veduto? — chiese Paolo.

— Semplicemente un punto nero, forse non è nulla, oppure basterà qualche cura semplice a farlo sparire. Ma vedi, ora sei diventato pallido ad un tratto, ti spaventi? Come sono pentito di quello che feci e d'aver parlato, ma sei stato tu a spingermi.