— Sei pazzo? — gli disse Paolo — Dopo tante fatiche! te ne pentirai.

— Non m'hanno recato che dolori. Ora è finita, sono morti per sempre, — disse il professore.

Ma la sua voce tremava e chinò il capo per nascondere le lagrime che sentiva inumidirgli le ciglia.

Sul capo di quei tre uomini seduti nel vasto laboratorio, pareva che sovrastasse un'immensa sventura; non osavano parlare, temendo di rattristarsi colle parole desolate, e non si sarebbe potuto dire quali avessero maggiormente un aspetto spettrale se i tre vivi o i ritratti degli avi che spiccavano sulle scure pareti.

Ad un tratto un rumore di usci aperti e rinchiusi, un fruscìo di vesti femminili, e un suono di voce argentina, ruppe il cupo silenzio. Marcella si fermò sulla soglia, mentre Aurelio si precipitò colle manine aperte verso il professore.

— Papà, papà! — gridò la voce infantile.

Egli si scosse come da un sogno, e disse:

— Tu qui, Marcella? È il cielo che ti manda.

— Perdono, — disse la donna gettandosi nelle sue braccia, — ti ho dato un gran dolore, me ne avvedo dal tuo volto disfatto.