— Nulla di più divertente di un viaggio di ricerche, e cercherò e troverò l'origine del tuo male, vedrai! — rispose contenta Valentina.

— Se trovare l'origine d'un male volesse dire guarirlo, avrei qualche illusione, ma ho poca fede.

— Sapere l'origine d'un male è già un bel passo verso la guarigione, — disse Valentina, — e poi io voglio guarirti, non permetto che tu sciupi la tua energia e la tua bella intelligenza lottando con dei fantasmi. Lasciami questa speranza che mi rende felice.

— E sia; mi metto nelle tue mani: sei tanto bella, animata dall'entusiasmo e dalla fede nella tua scienza, che se, come temo, non riuscirai a fare il miracolo, ti benedirò sempre per il bene che mi fanno le tue parole, e per la gioia con cui hai voluto illuminare la mia povera vita.

IV.

Teresa Montalti, zia dell'ingegnere Arcelli, non era mai uscita da Verona, sua città nativa. Abitava, colla figlia Giulia, in piazza Erbe, un appartamento di quattro stanze, due con un grande balcone sopra la piazza e due dietro, sopra un cortile. Quella piccola casa di quattro piani, stretta ed alta come un campanile, l'aveva ereditata da suo fratello, nonno di Lodovico. Occupava colla figlia il primo piano, e affittava ammobiliati gli appartamenti superiori, ad impiegati, militari o artisti di passaggio; e coll'aggiunta di una pensione lasciatale dal marito le due donne vivevano bene conducendo una vita alquanto modesta. La signora Teresa aveva passati i settant'anni, e negli ultimi tempi era stata colpita da congestione cerebrale, che le aveva lasciato paralizzato il lato destro del corpo. Di carattere vivace, soffriva nel dover starsene inchiodata tutto il giorno su una poltrona, e la sua sola distrazione era osservare quello che accadeva nella piazza sottostante.

Conosceva per nome i venditori e le venditrici, e quando la mattina collocavano sotto gli ampii e candidi ombrelli le ceste piene di erbaggi e di frutta, si rallegrava di poter assistere al risveglio della vita cittadina.

Era come uno spettacolo che le si offriva spontaneo e la distraeva dai tristi pensieri. Conosceva le abitudini dei compratori, osservava certi incontri voluti perchè avvenivano sempre alla medesima ora, sorprendeva qualche idillio all'ombra dei bianchi ombrelloni, e gioiva quando qualche piccola cesta di fragole profumate compariva timidamente a rompere la monotonia delle frutta invernali; in seguito altre più grandi, unitamente alle ceste di ciliegie e di lamponi, venivano a rallegrare il mercato colla loro nota rossa fiammeggiante e attiravano gli sguardi, lasciando nell'ombra gli erbaggi e le altre frutta più modeste; godeva quando facevano la loro comparsa le belle pesche mature che le piacevano tanto, e i grappoli d'uva grossi come quelli della terra promessa; ogni nuovo frutto era una nuova gioia per lei, solo si sentiva triste quando le mele, le pere e le castagne occupavano il posto delle frutte estive, e pensava:

— Vedrò ancora le piccole ceste di fragole? Tornerò qui al mio posto d'osservazione, quando il sole sarà più tiepido, e avrò l'illusione che nelle mie vene faccia scorrere un sangue più caldo e più giovane?