Poi si fermò estatico ad ammirare la loggia di fra Giocondo.
— Quelle sono le statue degli illustri veronesi, — disse Giulia, — qui c'erano le case degli Scaligeri, e laggiù vi sono le tombe.
Sì dicendo s'erano avvicinati alla chiesa di Santa Maria Antica e rimasero silenziosi davanti a quell'immortale lavoro di marmi e di ferro che racchiude le ceneri dei più munificenti signori di Verona.
— La più grandiosa è la tomba di Can Signorio, — disse Giulia.
— Quali artefici ebbe il nostro paese! — esclamò Valentina, — è un sogno di marmo e il cancello è meraviglioso, pare un merletto di ferro, — poi voltasi a Lodovico disse: — Non si potrebbe rinunciare oggi a far le nostre ricerche della casa degli avi? Sarebbe così bello tuffarsi in quest'onda di arte senza altri pensieri!
— Sono impaziente di vedere la casa che mi sta fitta in capo, dopo farò quello che vorrai, — poi vedendo Valentina un po' turbata, soggiunse: — non temere, non è come pensi, sono preparato a tutto, anche a non trovar nulla, ma l'incertezza mi opprime.
— Andiamo dunque, — disse Valentina.
E Giulia li condusse sul corso di Santa Anastasia, davanti alla casa che aveva appartenuto all'avo di Lodovico.
Non avea nulla di speciale dal lato esteriore. Al pianterreno c'era una bottega che portava un'insegna colla scritta: Osteria delle due campane.
Lodovico non pensò se fosse conveniente far entrare in un luogo così volgare due signore; ma obbedendo all'impulso della sua idea fissa entrò nell'osteria. In quell'ora non era molto popolata. In un angolo due operai giuocavano a tre sette colle carte; dall'altra parte quattro uomini in maniche di camicia colla pipa in bocca e un boccale di vino sulla tavola giuocavano alla morra, e si sentiva ogni tanto fra le pareti affumicate della stanza risuonare un numero, come un razzo lanciato nell'aria.