L'oste a quegli elogi gongolava dalla gioia e non solo avrebbe fatto scoperchiare il sotterraneo, ma tutta la casa, per contentare un signore così compito.
Egli stesso s'incaricò di far venire i muratori, e quando tutto fu pronto domandò a Lodovico da qual parte si dovesse incominciare a togliere le pietre del pavimento. Fosse il vino che avesse dato a Lodovico una specie di chiaroveggenza, o le vive imagini del suo cervello, parlò del luogo dove si trovava come se ci fosse sempre vissuto e disse:
— Una volta ci doveva essere una scala che conduceva dall'appartamento della casa direttamente nel sotterraneo.
— Me ne ricordo, — disse l'oste; — quella porta fu chiusa quando presi in affitto la bottega e la cantina. Venite, — continuò; e preso un lanternino lo condusse, attraverso ad una serie di cantine buie, in un ambiente un po' più vasto e più alto degli altri. Avvicinatosi ad una parete soggiunse: — Doveva esser qui la porta, c'è ancora qualche traccia.
La cantina era fatta a vôlta, intorno alle pareti c'erano alcune botti di grandezze diverse, poste in fila, come schiere di soldati, in ordine di battaglia; in un angolo bottiglie, fiaschi vuoti un po' in disordine, nell'aria un odore di vino dava una specie di ebbrezza al cervello.
Lodovico non s'accorse di nulla; disse soltanto:
— È qui, ricordo benissimo, il luogo è un po' mutato, ma in terra a sinistra ci deve essere una pietra con infisso un anello di ferro per sollevarla. È là che dovranno cercare; soltanto ci vorrà un po' di illuminazione.
— È presto fatto, — disse l'oste.
Dopo averli lasciati un istante, ritornò con un pacco di candele, e incominciò ad infilarle nei colli delle bottiglie vuote.
— Vedrete che illuminazione, lasciate fare. — Posò le candele accese sopra le botti; e sopra alcune tavole di legno; attaccò due lanterne alla vôlta, e quando gli parve che ci fosse abbastanza luce, andò a chiamare gli uomini affinchè si mettessero all'opera. Vennero, armati di zappe e di picche.