— Fate pure, tanto io voglio chiedere il permesso di dar a quelle ossa degna sepoltura, — disse Lodovico.
Intanto fece collocare le ossa in una cassa, in un angolo tranquillo che formava quasi una nicchia, per poter attendere il permesso del municipio prima di muoverle dal posto dove erano state trovate.
L'oste era avvilito; s'aspettava di veder scintillare oro ed argento, e invece dovea tenersi chissà per quanti giorni quella funebre compagnia; si sentiva venire i brividi al pensarci, e si pentiva d'aver dato il permesso a Lodovico di far delle ricerche nella sua casa.
Si consolò quando l'Arcelli gli mise in mano una bella somma di danaro, e gli promise di ritornare il giorno dopo.
— E me li lascerete molto in deposito? — disse accennando agli scheletri.
— No, li farò portar via al più presto possibile; vi raccomando intanto che non sieno profanati, chiudete a chiave il sotterraneo.
L'oste rabbonito dal ricco dono promise ogni cosa, e Lodovico e Valentina uscirono e s'avviarono verso casa, colla testa piena d'idee che si confondevano, si accavallavano nel cervello e un bisogno di espandersi e di parlare e dar sfogo al cumulo di pensieri da cui erano oppressi.
VI.
Il salotto della zia Teresa non era mai stato così animato come in quella sera in cui gli Arcelli erano infervorati a raccontare le impressioni della giornata e la lugubre scoperta.