— È inutile rattristarci, perchè non ci sposiamo?
È vero, non ci avevamo pensato; infatti, se fossimo stati sposi o semplicemente fidanzati, la gente non avrebbe trovato più a ridire e non v'era bisogno d'interrompere le nostre passeggiate.
Quell'idea illuminò la nostra mente come un raggio di sole, ma ecco che la realtà della vita venne a guastare la nostra gioia.
Per il momento non potevamo pensare al matrimonio; eravamo troppo giovani e troppo poveri, bisognava aspettare. Meno male che, essendo fidanzati, potevamo continuare a vederci. Non avevamo nulla cambiato al nostro sistema di vita, soltanto che qualche volta il pensiero del nostro avvenire ci rendeva loquaci.
Erano discorsi strani i nostri, si trovava che il mondo era troppo stupido e l'uomo un essere incompleto; eravamo di primavera e l'aria era piena di fruscii d'ali, e gli alberi di nidi. Invidiavamo gli uccelli che fabbricavano la casa con poche pagliuzze, si nutrivano con pochi semi raccolti sui prati e la natura li provvedeva di vesti meravigliose, sottili e variopinte, li trovavamo assai più fortunati degli uomini che coi loro molteplici bisogni si rendono amara la vita.
Ecco perchè gli uccelli erano creature allegre, cantavano sempre, volavano in mezzo ai fiori e trovavano la loro tavola imbandita dove rideva la primavera.
Qualche volta ci si sognava di volare lontano da questo mondo pieno di esigenze, e andar lassù fra gli astri dove forse la vita sarebbe stata più facile e meno complicata.
Ma non avevamo le ali come gli uccelli e bisognava occuparsi del nostro avvenire.
Federico era pieno di speranza; voleva lavorare alacremente, fare delle economie per prepararsi il nido come gli uccelli che ci rallegravano tanto. Aveva trovato un impiego in una fabbrica di macchine, e gli pareva d'essere sulla via della fortuna.