I giorni passavano lenti nell'aspettativa ed egli intanto lavorava alacremente, non spendeva nulla e aveva già fatto qualche risparmio, ma egli voleva guadagnare ancora, e si mostrava incontentabile, avrebbe potuto partire, ma la febbre del lavoro lo invadeva, voleva offrirmi la ricchezza e s'indugiava ancora in quei paesi lontani per conquistarla.

Io non ne potevo più. Non sapevo come passare il tempo; nelle mie passeggiate solitarie osservavo che le leggi che governavano gli uomini, erano molto ingiuste. Perchè nella società alla quale appartenevo, la donna doveva pesare sull'uomo e non le era concesso aiutarlo nella sua opera e guadagnare con lui il pane pei figliuoli? Forse, se io avessi avuto una professione, non ci sarebbe stato bisogno di separarci, e tutti e due si avrebbe potuto contribuire al benessere della famiglia. Era tornata la primavera ed osservavo le coppie di uccelli che facevano assieme il nido, portando ognuno nel becco la propria pagliuzza, e poi il padre e la madre recavano entrambi ai figli il grano che doveva nutrirli. Perchè nella società, la donna doveva esser da meno dell'uomo e restar neghittosa quando egli lavorava per tutti? Concludevo che il mondo era piantato male.

Mi ribellavo alla mia vita inutile ed inoperosa e invidiavo le operaie che col loro lavoro aiutavano i mariti e il benessere della famiglia; alle volte mi veniva una voglia pazza di andar in qualche opificio a chiedere lavoro. Ne parlai un giorno ad un'operaia, ma la mia idea non la persuase.

— Che cosa vuol fare lei colle sue piccole mani? — mi disse. — Faccia la signorina che è molto meglio, tanto non la prenderebbero alla fabbrica.

Un'altra mi guardò come s'io volessi rubarle il pane; non c'era verso ch'io potessi occuparmi in qualche cosa di utile, e nell'ozio il tempo trascorreva lento e anche il mio carattere si mutava perchè divenivo tutti i giorni più irascibile e più nervosa.

Era venuta l'estate, e una volta, all'ombra di alcune piante, vidi schiere di fanciulle sedute; col tombolo sulle ginocchia, facevano andare colle loro agili mani un mucchio di fuselli e formavano bellissime trine. Mi soffermai a guardarle e mi venne voglia d'imitarle; esse erano sotto la direzione d'una maestra ed erano pagate secondo la loro abilità; pregai la maestra di prendermi nella schiera delle lavoratrici, desiderando imparare quell'arte gentile. Essa acconsentì a patto che lavorassi un anno senza retribuzione in cambio dell'insegnamento che mi avrebbe dato.

Io accettai perchè avevo bisogno di occuparmi, e speravo che un giorno il mio lavoro sarebbe utile almeno come adornamento della mia casa.

Nei primi tempi ero avvilita; le fanciulle di dodici anni lavoravano meglio di me e con maggior sollecitudine; esse facevano andare i fuselli allegramente chiacchierando, come se le loro mani fossero macchine, io dovevo prestarvi tutta la mia attenzione e il lavoro non mi riusciva perfetto.