Passati i primi tempi acquistai una certa destrezza di mano, e riuscii a combinare disegni fini e difficili. Copiai trine antiche e preziose, tanto che se non fossi stata legata alla mia maestra, avrei potuto venderle con profitto; intanto quell'occupazione mi riusciva piacevole, mi calmava i nervi, e il tempo sempre lento per il mio desiderio, mi era meno noioso. Il tempo passava e aspettavo, sicura che Federico sarebbe ritornato.
Erano passati dieci anni quando incominciò a parlare di ritornare a Rapallo col fratello.
Ormai erano ricchi, le loro imprese bene avviate potevano lasciarle ad un socio che le continuasse, ed essi contavano di ritornare in patria a godere il meritato riposo. Mancavano pochi mesi alla loro partenza, e quel fatto mi pareva una felicità, così grande come raramente è concesso provare su questa terra.
Mano mano che si avvicinava quel tempo tanto desiderato, egli scriveva più spesso; le sue lettere parlavano del prossimo ritorno ed erano gioconde, come inni di gioia.
Io mi struggevo nell'ansia dell'attesa e contavo i giorni che mancavano al suo ritorno.
Mi pareva che in quel tempo i nostri pensieri s'incontrassero con maggior forza, ed erano così lieti, come se sul loro lungo cammino sprigionassero delle scintille.
Fu un periodo d'orgasmo e di gioia intensa, e sentivo nel mio essere l'energia di cento vite.
Una notte mi svegliai di soprassalto e mi parve che il mondo fosse precipitato in un abisso, tanto fu grande lo schianto che provai in tutta la mia persona.
Ebbi una visione d'orrore e nel mio cuore si ripercosse un grido straziante.