— E dove dobbiamo mettere tutta quella roba? — chiese la signora Savina.

— Naturalmente nella stanza accanto al laboratorio, come scrive nella sua lettera, — soggiunse il signor Carlo Arlandi.

— Ma sai che è pazzo davvero quel tuo figliuolo!... tutto quel peso lassù, ti pare? cadrà la vôlta.

— Via, non c'è pericolo, la casa ha solide fondamenta; ma tu che fai, Mario? — disse rivolto ad un ragazzo di undici anni, che era entrato improvvisamente nel cortile e si era impadronito d'un mucchio di quelle belle pietre variopinte e si preparava ad adoperarle per i suoi giuochi.

— Faccio un castello per divertirmi, — disse il ragazzo, — vedi? uno scoglio alto alto, e poi, su, una torre ancora più alta.

— Lascia quella roba che non è per te, — gli disse il padre dandogli uno scappellotto.

— Poverino, ha più ragione di Ugo che compra delle pietre per nulla; almeno Mario si diverte.

— Non deve toccare la roba degli altri, — soggiunse impazientito il signor Carlo.

Quella scena coniugale sarebbe certo terminata in litigio, se in quel punto non fosse entrata dal cancello una donna ancor giovane, d'aspetto simpatico, colla faccia illuminata da un sorriso buono, tenendo una lettera aperta in mano.