Quel tempo felice era durato dieci anni.
Poi vennero i giorni tristi.
Ada fu colta da una malattia che i medici non riuscirono a diagnosticare, ed egli ebbe lo strazio di vederla deperire tutti i giorni, finchè reclinò il capo stanco sulle sue spalle, come un povero fiore avvizzito, ed esalò l'ultimo respiro senza ch'egli potesse fare nulla per tenerla in vita. Poi passò un lungo tempo accasciato, colla mente senza pensieri, vivendo quasi in un sogno, facendosi forza per amore del suo Ugo, poi anche il suocero si ammalò e Giulia, per dedicarsi al padre, lo lasciò nell'isolamento.
Ne approfittò la signora Savina che abitava in paese ed era irritata di veder passare gli anni senza trovar marito. Incominciò a frequentare la casa dell'Arlandi, ad esser prodiga di parole di conforto per lui, di premure e carezze per il bambino, e a poco a poco cercò di rendersi utile, quasi necessaria, con modi graziosi, insinuanti, come sapeva fare quando volea raggiungere uno scopo prefisso, ed egli quasi senza accorgersene s'era lasciato soggiogare da quella donna, al punto che, persuaso di non poter vivere nell'isolamento tutta la vita, che in casa era necessaria una persona che s'occupasse delle faccende domestiche e badasse al bambino, si decise a sposarla. S'accorse subito dello sbaglio fatto quando, divenuta signora e padrona, Savina si mostrò sotto il vero aspetto di donna imperiosa e senza cuore. Incominciò subito a tormentare con rimproveri ingiustificati il povero Ugo, al punto che l'Arlandi per aver pace fu costretto a metterlo in collegio. Terminati gli studî, il figlio ritornò a casa timido, modesto, tutto dedito alla scienza; ma la matrigna, che intanto aveva avuto un figlio, Mario, e non vedeva che per i suoi occhi, divenne per lui più acre e più ingiusta, il che dava origine continuamente a nuove questioni e la quiete era scomparsa dalla sua casa.
A questo pensava il signor Carlo, egli che tutto avrebbe sagrificato per amore della pace e adorava Ugo che gli rammentava la sua dolce Ada, e desiderava rivederlo dopo la sua assenza; ma nello stesso tempo temeva che l'arrivo del figlio fosse causa di nuovi litigi ed inquietudini. Aveva in animo di proteggerlo e difenderlo dall'ingiustizia della moglie, si proponeva di uscire dalla sua apatia e far sentire la sua voce autorevole, ma quando vedeva davanti a sè Savina, coll'aspetto altero e la faccia arcigna, non osava più dir nulla, oppure parlava timidamente, a bassa voce, nel timore di esacerbarla, come uno scolaretto che teme le ire del professore.
E in quel momento, quando dopo aver ricondotto Mario, la vide davanti a sè, ritta, colla faccia accesa e lo sguardo tagliente come una lama, non seppe dirle nulla e guardò verso la strada bianca fuori dal cancello come assorto ad osservare gli uomini che avevano portato il minerale e s'avviavano verso la stazione.
Fu la signora Savina che incominciò a parlare, e:
— Povero bambino, — disse, — se non ci fossi io a proteggerlo, lo faresti morire di noia.... Nemmeno giuocare gli si permette alla sua età.
— Non c'è bisogno di toccare quello che non gli appartiene, può ben giuocare coi suoi giuocattoli; ne ha tanti!
— Dio mio! Quanto chiasso per un po' di sassi.