— Che bella pace! — disse Ugo.

— Raccontami ancora, svelami i segreti della natura, tu che hai studiato e sai tante cose, — disse la fanciulla supplicando.

— No, ora non posso più, domani, un altro giorno; non profaniamo questo silenzio che ci avvolge come in una carezza e calma il nostro spirito.

E silenziosi s'avviarono lungo il viale d'ippocastani, sentendosi uniti in quella notte calma e stellata come da un fluido di simpatia e come se gli stessi pensieri irrompessero nel loro cervello.

Sostarono davanti al villino.

— Vieni domani a colazione? — chiese Giulia.

— A colazione no, non posso, — rispose il professore, — devo mettere in ordine il laboratorio, verrò la sera;... è sempre allegro il villino? Non hai mutato nulla nel salotto?

— È sempre uguale.

— Sono contento, mi fa piacere rivedere le cose famigliari al loro posto, come le ho lasciate e come le penso quando sono lontano. Buona notte, Giulia, — e sì dicendo le porse la mano.

— E perchè non mi chiami zia? — gli chiese la signorina.