Mentre i giovani s'intrattenevano piacevolmente comunicandosi reciprocamente le proprie idee e aspirazioni, a Villa Ada si occupavano invece di loro e dicevano che erano pazzi.
La signora Savina, il signor Carlo e il dottore, che era spesso invitato a pranzo e oggetto di grandi premure da parte della padrona di casa, non parlavano d'altro che dei discorsi che si sarebbero fatti al villino di Giulia.
La signora Savina aveva un vero odio pel figlio di suo marito, ma procurava nasconderlo sotto una certa aria compassionevole di protezione.
— Non le pare, dottore, che quel figliuolo sia un po' squilibrato? — chiedeva la signora Arlandi. — Se una persona qualunque, che non pretendesse di essere un genio, dicesse che vuol trovare l'anima del mondo, che cosa direbbe?
— Veramente dubiterei che avesse il cervello a posto, — rispondeva il dottore.
— Vedi, Carlo, non sono poi sola di questa opinione, — soggiungeva la signora rivolta al marito.
— Ognuno ha la propria opinione come la propria fisonomia, a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere; io la penso così e mi pare d'essere più giusto di voi, — diceva il padre.
Alla signora invece dava noia Ugo per molte ragioni: prima perchè era ricco e studioso, come il suo Mario non sarebbe stato mai, poi perchè, quando lui era a Villa Ada, non poteva più servirsi di Vincenzo, poi le sciupava una quantità di biancheria coi suoi pasticci, e finalmente perchè si accorgeva che il marito aveva una certa predilezione pel suo primogenito, e questa cosa la irritava e faceva sì ch'essa cercasse di mettere Ugo in cattiva vista.
IV.
Ugo Arlandi non viveva che nel suo laboratorio, sentendosi invadere dalla febbre del lavoro.