«È la quarta lettera che getto fuori dal recinto del giardino, alla ventura. Arriverà al suo destino? Lo spero. Tu sola puoi togliermi da questa prigione. Fa presto, altrimenti divento pazzo sul serio.

Tuo Ugo.»

Dalla casa di salute del dottor B. presso Monza.

Dopo tanti giorni di ansia finalmente vedeva un raggio di sole, le pareva di avere le ali, sapeva dove Ugo si trovava ed era ormai certa di riuscire a liberarlo.

Cercò di riordinare le idee e rimettere lo spirito in calma, pensò di agire sola senza dir nulla a nessuno, misteriosamente, come gli altri avevano fatto con lei.

Prima di tutto doveva andare a Milano e parlare con un avvocato, suo amico, che l'aiutasse a liberare il nipote, poi non volea più permettere che Ugo lasciasse amministrare i suoi beni dal padre, dopo che era stato trattato in quel modo. L'avvocato Alberti avrebbe consigliato quello che dovevano fare. Ordinò alla cameriera di svegliarla presto il giorno dopo dovendo partire, poi si mise a girare per la stanza, lieta, cantarellando, sentendosi leggera, come da un pezzo non le era accaduto.

Non disse la sua intenzione, ma la mattina dopo in paese non si parlava d'altro che della partenza della signorina Giulia Sordelli. Era stata veduta avviarsi alla stazione e salire sul treno che andava a Milano; avea salutato sorridendo i conoscenti incontrati lungo la via e s'era trattenuta qualche momento col maestro di scuola, e tutti trovavano che avea la faccia allegra e l'espressione di chi ha una meta agognata da molto tempo che è sul punto di raggiungere.

VII.

La notizia della partenza improvvisa di Giulia penetrò in casa Arlandi; il signor Carlo ne fu preoccupato al punto che fu tutto il giorno di cattivo umore, tenne il broncio a Savina, sgridò Mario e non volle far colazione.