Non poteva però prendere una risoluzione senza scrivere al signor Carlo che gli aveva affidato il figlio, e se la risposta fosse favorevole potevano esser tranquilli che Ugo sarebbe stato libero.

Giulia sperava di vedere quello stesso giorno il nipote, ma il dottore non lo permise, dicendole che l'avrebbe presto riveduto.

Essa si rassegnò ad attendere ancora un paio di giorni, ma intanto non rimase inoperosa e combinò un piano di battaglia come un esperto generale!

Ecco in che modo il signor Arlandi, mentre era sempre inquieto e pensieroso per la partenza di Giulia, si vide capitare prima il giornale coll'articolo che parlava del professore, poi una lettera del dottore dove diceva che gli pareva che il signor Ugo, passata la scossa nervosa del primo momento fosse abbastanza equilibrato, una lettera dell'avvocato che lo esortava a far uscire il figlio dalla casa di salute e finalmente una di Giulia, nella quale faceva intravvedere che se non lasciava parlare il suo cuore paterno, l'autorità si sarebbe intromessa nelle sue faccende domestiche.

Era tanto di cattivo umore il signor Arlandi, tanto poco contento di sè stesso che quando ricevette quella pioggia di lettere si sentì lo spirito un po' più sollevato e volle fare a modo suo senza dir nulla alla moglie e senza consultarla. Scrisse al dottor B. di lasciar pure andar libero il figlio colla zia Giulia, alla quale mandò un telegramma dicendole che li aspettava presto tutti.

Finalmente gli era caduta la benda dagli occhi e s'era accorto del mal'animo della moglie verso Ugo e, pentito d'averlo fatto rinchiudere ingiustamente nella casa di salute, voleva a furia di affetto fargli dimenticare quel momento di debolezza ed era impaziente di rivederlo e in un abbraccio affettuoso cancellare il passato.

Ma invece di Ugo ebbe la sorpresa di veder arrivare l'avvocato Alberti per sistemare gli affari del professore, che desiderava esser padrone di adoperare la sua sostanza come meglio credeva e di fare nel suo laboratorio tutti gli esperimenti necessari senza che nessuno ci trovasse a ridire.

Il signor Carlo trovò giusto il desidario del figlio e diede all'avvocato le più ampie spiegazioni sulla sua amministrazione; solo si mostrò dispiacente di lasciar la casa dove era vissuto tanti anni e che apparteneva ad Ugo il quale l'avea ereditata dalla madre, ma l'avvocato avea avuto raccomandazioni di accomodare le cose in modo che il signor Carlo non avesse il rammarico di abbandonare la casa, gli concesse di poterne abitare una parte, ma che ognuno fosse padrone in casa sua. Poi parlarono di Ugo e raccontò che si era trattenuto a Milano perchè i suoi ammiratori volevano festeggiarlo ed indurlo a fare una conferenza sopra i suoi studî. Così finirono per lasciarsi buoni amici.

La signora Savina quando seppe che il marito aveva tutto combinato senza dirle nulla, rimase esterrefatta e andò su tutte le furie. Come! Ugo era libero e poteva capitare da un momento all'altro! Poi s'impadroniva della casa e non lasciava loro che un appartamento in un angolo come un'elemosina! E pensare che in cuor suo, sperando che il professore non dovesse più ritornare, avea fatto il progetto di occupare il laboratorio così ben esposto al sole, per stendervi la biancheria, poi dare lo studio a Mario e accomodarsi un appartamento più spazioso e più comodo; dichiarò al marito che non voleva vivere in una casa esposta al pericolo di un'esplosione, poi avea bisogno di spazio e non si sarebbe acconciata a ridursi in poche stanze.