ANFAR. E che? turbato, commosso sei? Piú della figlia forse ti cal, che non di tua vendetta?

LEON. Abborro Agide piú, che non m'è caro il trono: ma pure, i detti della figlia, e i pianti, duri a me sono.—Eccomi all'opra: il tutto disposto hai tu?

ANFAR. Nol vedi? In questo vasto limitar delle carceri mi parve fosser da porsi i seggi nostri; il loco, men capace che il foro, assai men feccia ragunerá di plebe: ma pur tanta introdur quí sen può, quanta n'è d'uopo a nostre mire. Havvi all'entrar chi veglia, e in copia ammette i nostri fidi.—Or mira; giá piú che mezzo è riempiuto il loco; né alcun v'ha quasi degli avversi a noi. Per anco il grido non s'è sparso appieno del gran giudizio: e spero, anzi che giunga a intorbidarlo con sua fera scorta l'ardita madre, avrem compito il tutto.

LEON. Ma, sei tu certo, che tornarne a danno or non possa tal fretta?

ANFAR. Oltre la nostra dignitá, stan per noi forze non poche. Grande accortezza, or nell'espor le accuse, vuolsi; e giusti mostrarci ai nostri stessi dobbiamo, e del lor ben, piú che del nostro, caldi amatori. Alcun tumulto forse insorger può; previsto è giá. Ma basta per noi, che piú non esca Agide vivo di queste mura. Al primo impeto audace della plebe far fronte i tuoi soldati, e i cittadini nostri appien potranno, e degli efori il nome, e l'ardir tuo. Tempo intanto si acquista; e avrem dal tempo piena poi la vittoria…

LEON. Ecco il senato; ecco gli efori tutti: il popol molto li segue, e par non torbido in aspetto; lieto anzi par di assistere all'accusa di un re sovvertitore. Ardire, ardire. Mentr'io gli animi lor, con opportune lusinghe adesco, al carcer entra, e in breve Agide a noi ben custodito traggi.

SCENA SECONDA

LEONIDA, POPOLO, EFORI, SENATORI, ciascuno collocato ordinatamente.

LEON. —Lode agli Dei! quí radunarsi veggio i cittadini veri; e non frammisti con la torbida, audace, e sozza plebe, che col numero suo voi ne strascina negli error suoi, mal grado vostro.—A Sparta inaudito spettacolo si appresta; il maggior, che ad uom libero mai possa appresentarsi: un vostro re, dai vostri efori tratto, ed accusato, innanzi a voi. Gli error ne udrete, e le discolpe, e il giudizio, di cui voi stessi parte sarete, spero. Io, benché re, con gioja pur ve l'annunzio. Ah! non ebb'io tal sorte in quel funesto a me, non fausto a Sparta, orribil giorno, in cui dal trono in bando cacciato, in forse della vita io stetti. Non accusato, e non udito, a ria forza soggiacqui allora; eppur, piú doglia che l'ingiusto mio esiglio, erami al core il sovvertito ordin di leggi, e il fero periglio in cui lasciava io Sparta. Instrutti voi stessi al fin dai vostri danni appieno, me richiamaste, e in un le leggi, in trono: Agesiláo, Cleómbroto, e i lor fidi efori, a Sparta traditori, in bando cacciaste. Agide resta: havvi chi reo nol vuole; e forse, ei reo non è. Ma intanto, io preso il volli, e ad altro fin nol tengo, che per chiarirlo in faccia a voi. S'ei fosse reo convinto pur mai, primier mi udreste implorar pel mio genero perdono: che agli occhi vostri, e ai miei, sua giovinezza nol rende affatto or di pietade indegno.— Efori, senatori, cittadini, la vera vostra maestá non sorse a dritto mai piú nobile di questo: conoscer oggi, e perdonare i falli dei vostri re: che sottopongo io pure oggi a voi l'opre mie. Prova non lieve del cor mio puro, e del regnar mio giusto, parmi, fia questa; ed io di darla anelo. A tremar delle leggi Agide insegni a Leonida re.—Ma, giá si appressa Agide al vostro tribunale: ed ecco ch'io taccio, e seggo; io, cittadino, attendo dai cittadin dell'alta lite il fine. Ben sostener d'ogni mia forza io giuro, qual ch'esser possa, la immutabil santa libera vostra unanime sentenza.

SCENA TERZA