ANFARE, AGIDE fra guardie, LEONIDA,
POPOLO, EFORI, SENATORI.

ANFAR. Spartani, efori, re, costui ch'io traggo davanti al vero tribunal di Sparta, Agide egli è d'Eudámida. Giá il regno con Leonida ei tenne; il cacciò poscia dal trono, a cui nuovo collega assunse Cleómbroto. A voi piacque, indi a non molto, ridomandar Leonida, che il seggio ritoglieva a Cleómbroto. Nel sacro asilo allor quest'Agide fuggiva: perché fuggisse, ei vel dirá. Fin ch'egli lá ricovrava, ei re non era; il trono abbandonato avea: ma non privato era ei perciò; che non avea deposta sua dignitá, né stata eragli tolta: non innocente, poiché asil sceglieva; non reo, poiché niun l'accusava. In vostra possanza il diero oggi di Sparta i Numi, senza che víolato il santo asilo fosse da alcun di noi. Lo accuso io quindi ora, a voi tutti, di mutate, infrante, tradite leggi; di tiranniche armi in Leonida e gli efori adoprate; di tiranniche mire, a cui fea base la ribellante compra infima plebe: e, per stringere in fin tutti i suoi tanti delitti in un, di aver tradita e lesa la maestá di Sparta, a voi lo accuso.

AGIDE —Solenne in vero, e dignitosa pompa questa fia: ma, perché di affar tant'alto Sparta non è quí testimonio intera? Perché, qual suolsi ogni accusato, al foro non son io tratto?—È ver, gli efori veggio, e un re quí stassi, e del senato un'ombra: ma pur per quanto l'occhio intorno io giri, non vegg'io cittadini, altri che pochi, potenti, e misti infra gli armati sgherri. La maestá del popolo di Sparta fia questa or forse? Io, non che Sparta tutta, Grecia vorrei quí tutta a udire intenta e le tue accuse, e le discolpe mie. Or, poiché tanta è in voi de' miei delitti l'ampia certezza, or dite: a che pur tormi, con sí gran parte d'ascoltanti, a un tempo della vergogna mia cosí gran parte?

LEON. Per quanto il soffra il loco, assai gran folla di cittadini or vedi, Agide, accolta. Trarti dal limitar del carcer tuo, tu il sai, che fora un cimentar pur troppo la dignitá degli efori, e la stessa tua innocenza, ove l'abbi. Udiati Sparta, del tuo asilo in discolpa, addur finora, che tor cosí tu stesso alla tua plebe de' tumulti volevi ogni pretesto, e ogni mezzo di sangue: infra sue grida, come or vorresti al suo cospetto andarne, e un giudicio ottener libero e queto?

AGIDE Questo giudicio, e il men dannoso a voi, stato sarebbe il percussor mandarmi tosto al carcer: ma questo, assai men queto fia di quel che sperate. In me non parla il timor, no; del mio destin giá certo, securo quí, del par che al foro, io vengo. Giá la sentenza mia so senza udirla: ma, non ne avrò pur danno altro giammai, che quel ch'io da gran tempo ho fermo in core di aver da voi.—Giudici; e, quai che siate, voi spettatori; io vi prevengo or tutti, ch'io, condannato in queste mura e ucciso, non perciò pace col morir vi rendo, com'io il vorrei: né voi, col trarmi a morte, in sicurtá vi rimanete.—Or sia ciò ch'esser vuole. Udiam le accuse.

ANFAR. In nome io ti parlo degli efori; me ascolta.— Agide, hai tu, senza né udirlo, astretto all'esiglio Leonida?

AGIDE Chiamato ei fu in giudicio; e sen fuggia.

LEON. Chiamato io fui, nol niego, ma davanti a fera tumultuante plebe. Esser potea giudicio, quello?…

AGIDE Al par di questo, almeno. Ma, il fuggir ti fu dato: in carcer dunque non eri tu. Mezzi a me pur di fuga non mancavan finora; e al carcer venni, ed in giudicio stommi: e, qual ch'ei fia, no, nol pavento. Io 'l desiava, e godo di udire al fin; di farmi udire io godo.

ANFAR. Infrante hai tu le patrie leggi?