— Or dunque tu vedi che la tua confessione... un po’ per forza se vogliamo... me l’hai fatta... e affè mia, non ci vedo proprio nulla da vergognarsene.

— Ce n’è, a pensare che non si è degni, neppur per ombra, di colei a cui si osa rivolgere la mente e consecrare il cuore, a pensare che ella non vi potrà mai corrispondere...

— E chi te lo dice? — interruppe Ernesto.

— Tutto, e prima di tutto la coscienza di me stesso: — rispose animandosi Giulio. — Certo, se per esser degno di lei, bastasse amare sinceramente, profondamente, santamente, potrei sperare pur io; io che l’amo fin dal primo momento che ho avuto cognizione, che le ho votato un culto nel mio cuore, che in lei vedo tutto ciò che v’è di più bello e di più nobile nel mondo, che vorrei poterle mettere ai piedi tutte le grandezze, che vorrei potermi acquistare un raggio di gloria per unirlo allo splendore di leggiadria e di virtù che circonda la sua fronte.

— Ma bravo! — esclamò il fratello d’Albina. — Non ti ho sentito mai a parlare con tanta eloquenza!... Codeste belle cose, che dici a me, se tu le dicessi...

— A lei? — interruppe Giulio spaventato. — Dio mi guardi!... Come potrei osare?... In sua presenza non trovo più le parole. Ho un tumulto qui dentro... e non mi posso spiegare... Vorrei talvolta, e la lingua mi si annoda, e un tremito mi invade, e faccio dispetto a me stesso... E quando vedo altri che ha maniere così forbite ed eleganti, che sa parlare con garbo...

— Ah! qui veniamo dove il dente duole di più. Chi è quest’altri?

— Niente.... nessuno.... Tu mi fai parlare, parlare, e mi scappano dette certe cose...

— Che a me dovresti confidare senza fartele tirar fuori così a spizzico... Quell’altri dunque non lo vuoi nominare? Lo nominerò io: è il conte di Camporolle.

Giulio ebbe un momento di risoluzione e di coraggio.