Albina si coprì colle mani la faccia.

— E io, — disse, come a sè stessa, — io sono discesa perfino a pregarlo, costui!

Risollevò il capo con tutta la fierezza della sua razza, e disse coll’imponenza che potrebbe avere una regina:

— Non ho più nulla da dirvi. Uscite!

L’Arpione s’inchinò basso basso e andò quasi strisciando fino all’uscio; colà impugnò la maniglia della serratura, socchiuse il battente, e sul punto di varcare la soglia, voltosi alla nobile giovinetta, fece come i Parti fuggenti e lanciò un’ultima frecciata:

— Conto dunque sempre sul suo giuramento!

E sparì.

XXII.

La signora Giustina, interrogata con insistente destrezza dal marchese Respetti, non istette gran tempo a dire tutta la verità di ciò che le era occorso in quegli ultimi giorni: come Matteo Arpione l’avesse accostata una mattina in chiesa, le avesse dato un biglietto per la contessina, raccomandandole il più scrupoloso segreto, come dopo questo la signorina avesse acconsentito a ricevere ad insaputa della famiglia quell’usuraio e come fosse in seguito del colloquio avvenuto che essa aveva manifestato quelle nuove intenzioni che tanto avevano meravigliato ed afflitto i suoi congiunti.

Fu chiaro per tutti che la condotta d’Albina doveva tutta accagionarsi all’opera di Matteo; ma in che modo egli avesse potuto ottenere tutto questo, nessuno sapeva immaginare. Com’era naturale, si pensò subito a interrogare Albina medesima e la madre mandò per essa. Si seppe che giusto allora la giovanetta aveva avuto un nuovo abboccamento con Matteo, ch’ella stessa questa volta aveva mandato a chiamare...