La fanciulla venne presso alla madre senza indugio; ma era ancora tutta commossa e turbata pel dialogo avuto allor’allora coll’usuraio. Non fu possibile cavarle di bocca il segreto. Ella ammise di avere avuti coll’Arpione quei segreti colloqui; non negò che essi avessero attinenza colla risoluzione da lei presa; ma stette sempre ferma nel dire che non poteva soggiunger altro, che era solennemente impegnata, e che nulla poteva più rifarla libera. Si ritrasse sfinita, afflitta più che mai, dolorante, con una amarezza nell’anima che quasi era una disperazione, ma tenendo inviolato quel segreto, la cui conoscenza, ella era troppo persuasa, alla madre sarebbe quasi un colpo mortale.

Al marchese era venuto sulle labbra più volte alcun cenno intorno a quella somma che egli era persuaso essere stata mandata da Albina a Giulio, tanto per vedere se fra quei due fatti vi fosse un’attinenza com’egli pur sospettava, senza però saperne immaginare una ragione; ma sempre se n’era trattenuto, perchè la moglie nel far la confidenza avevagli pure imposta la condizione di non dir nulla mai.

Se Albina era così ostinata nel suo silenzio, non rimaneva altro mezzo per tentare di penetrare questo mistero fuor quello di rivolgersi direttamente all’Arpione; ed Ernesto Respetti si prese lui questo compito.

Egli stava pensando la maniera migliore per avere coll’usuraio il desiderato colloquio, senza suscitarne le diffidenze e senza dargli troppa importanza, quando la sera di quel medesimo giorno, tornando alla locanda per desinare, seppe che durante la sua assenza, in una sola ora, un vecchio era venuto già tre o quattro volte per parlargli, mostrando molta premura, molta ansietà, e dicendo che alle sei in punto, l’ora precisa del pranzo, sarebbe tornato. Ed ecco in quella che il cameriere faceva al marchese questa ambasciata, presentarsi a capo della scala il vecchio medesimo: era Matteo Arpione.

Respetti frenò un movimento di lieta sorpresa, e con maniere asciutte e superbe accolse l’usuraio e gli accordò il colloquio che egli chiedeva. Matteo era agitato assai, il terreo della sua faccia era diventato giallastro, gli occhietti affondati giravano smarriti, la voce era affannosa e tremante. La sorte voleva favorire, nell’ufficio che aveva assunto, il marchese: erano successi avvenimenti che, mentre l’Arpione credeva di poter venire a dettare la legge anche al marchese, lo conducevano a darglisi, contro la sua aspettazione, in piena balìa.

Uscito dal colloquio colla contessina, Matteo Arpione sentiva una rabbia intensa contro il marchese Respetti. Era lui che aveva scovato fuori tutte quelle accuse contro Alfredo, nelle quali il fondamento che c’era di verità dava credibilità anche alle parti false e calunniose; era lui che si dichiarava così il più aspro e potente nemico del giovane Camporolle e ne faceva pericolare la felicità e ne comprometteva l’avvenire.

— Io potrei pure imporgli silenzio, — pensava il vecchio usuraio, — io potrei averlo a mia discrezione e costringerlo a ciò che voglio io,... Sì, andrò a comandargli cessi dall’osteggiare Alfredo, dal muovere ostacoli al suo matrimonio, anzi lo favorisca ed aiuti; e mi obbedirà, ne son certo.

Ma cambiava ben tosto d’avviso.

— No, no, — diceva, — la contessina non può mancare alla sua parola per quanto si faccia.... Suscitare nuovi incidenti è pericoloso.... Avrò sempre tempo in un estremo bisogno di ricorrere a questo mezzo estremo.

E determinava così di non tentar nulla per intanto col marchese Respetti; ma non era trascorsa un’ora che doveva cambiare totalmente d’avviso, e si persuadeva essere della maggior premura l’agire e vigorosamente sul cugino dei Sangré.