Egli incontrava Tommaso, il quale tutto sconvolto gli apprendeva che poco prima, dietro un vivo alterco, avvenuto tra loro al Club del Whist, il conte di Camporolle ed il cavaliere Enrico si erano sfidati e dovevano battersi; egli non sapeva bene quando, ma certo quanto prima e probabilmente la mattina del giorno prossimo. Matteo, spaventato, smarrito, si metteva subito in traccia di informazioni ed apprendeva sollecito quella esser proprio la verità.
La disgrazia aveva voluto che i due giovani si trovassero faccia a faccia nel Club. Era l’ora in cui le sale avevano gente; ed era gremita addirittura la sala dove si leggevano i giornali, nella quale stava appunto Enrico di Valneve chiaccherando con un gruppo di giovani compagni, quando Alfredo di Camporolle sopraggiunse.
Com’era naturale, il fidanzato d’Albina, salutato qua e là alcuno dei presenti, appena vide Enrico si diresse alla volta di lui e accostò quel gruppo con un amichevole sorriso sulle labbra e la destra tesa; gli altri corrisposero al famigliare saluto di Camporolle e gli strinsero la mano, Enrico ebbe una mossa fieramente disdegnosa del capo sviando gli occhi dal nuovo venuto, e, mentre questi gli porgeva la mano, voltò bruscamente le spalle.
Alfredo rimase lì interito un momento, la mano tesa, le labbra aperte, un lieve pallore sulle guancie; tutti i presenti si guardarono stupiti, impacciati, con qualche rincrescimento; capivano che un deplorevole incidente stava per aver luogo, del quale sarebbero poco liete le conseguenze.
— Enrico: — disse dopo un poco il Camporolle, dominando la sua emozione: — mi permetterai di farti osservare che io ti ho salutato e pôrta la mano.
Il fratello d’Albina volse così un poco il capo verso chi gli aveva parlato, e senza guardarlo, di sopra la spalla gli gettò queste parole di cui l’accento era ancora più disdegnoso della sostanza:
— E io le farò osservare che io non sono semplicemente Enrico, ma il cavaliere Sangré di Valneve, e che non uso dar la mano a qualunque persona mi venga innanzi.
Alfredo trasalì; un vivo rossore gli corse al volto, fino alla radice de’ capelli; parve sul punto di prorompere in chi sa quali furibonde parole, ma si frenò, si ritrasse d’un passo, si passò una mano sulla fronte, si guardò d’attorno con aria attonita, come per chiedere testimonianza alle cose e alle persone presenti, se era proprio cosa reale quel che gli capitava.
Enrico aveva pronunziato forte queste parole, e tutti nella sala le avevano sentite; s’era interrotta la lettura dei giornali, ogni sguardo s’era rivolto a quel gruppo in cui i due giovani stavano in faccia; regnò un perfetto silenzio pieno d’inquieta aspettazione.
— Signor cavaliere Enrico Sangré di Valneve, — disse Alfredo con voce sicura, ma in cui vibrava pure un’intima commozione: — questo è un gratuito oltraggio ch’Ella fa al conte Alfredo Corina di Camporolle; e questi ha il diritto di domandargliene spiegazione e ragione.