Un lieve mormorìo dei presenti indicò che gli uditori approvavano la risposta.
Enrico sentì lo sdegno, l’irritazione, il rancore che da due giorni si venivano rammentando in lui contro quel cotale, e che da poche ore erano diventati odio e disprezzo; si sentì torgli affatto la mano alla ragione; si volse di pieno verso Alfredo, lo saettò con uno sguardo ferocemente superbo e disse con accento compagno dello sguardo:
— Io Lei non chiamerò nè conte... che non è... nè Camporolle, che è un nome di fantasia... nè Corina neppure, che è un nome preso ad imprestito.
Alfredo interruppe con un’esclamazione che era un grido di indignata protesta; un più forte susurro indicò lo stupore e l’interessamento dei nobili spettatori di quella scena, i quali vennero accostandosi ai due giovani. — Enrico imperturbabile seguitava:
— E ora, credo che nè Lei nè altri avranno più bisogno di nessuna spiegazione della mia condotta.
Alfredo si riscosse come se un colpo di frusta lo avesse percosso sulla faccia, fece un balzo verso Enrico, ma si contenne.
— Signor cavaliere! — gridò: — codesta è un’infamia, codeste sono calunnie....
— Disgraziato! — interruppe con forza Enrico: — un Sangré non calunnia.... La donna che voi vi date per madre morì un anno prima che voi nasceste, come attestano i registri della parrocchia di San Giovanni in Macerata, e voi non siete che il bastardo.... non si sa di chi.
L’oltraggiato cacciò un vero urlo: per un momento, sotto l’impulso d’uno sdegno immenso, sentì qualche cosa di feroce, di violento, di terribile venir su dall’intimo della sua natura e scuoterlo e dominarlo; vide traverso una nebbia che pareva sanguigna la faccia insolente di quel giovanetto debole, quasi imberbe, cui la sua mano avrebbe potuto schiacciare, sfidarlo, ghignare, sputargli il più villano e crudele insulto: si slanciò sull’oltraggiatore per ricacciargli in gola le parole. Un grido uscì dalla bocca dei presenti; i più vicini si frammisero. Enrico stette imperturbabile, serrò le braccia al petto e attese, il capo levato, lo sguardo sicuro, un sogghigno di disprezzo sulle labbra. Alfredo fu trattenuto pur dalla vista di quelli che gli si posero davanti, ma meglio ancora da una soave e pure in quel momento dolorosa visione che gli parve aver dinanzi in tal punto: il volto leggiadro di Enrico glie ne aveva ricordato un altro più leggiadro ancora al quale rassomigliava assai, ad Alfredo era sembrato vedersi comparire dinanzi in un baleno l’adorata figura di Albina.
— Lasciate, lasciate, — disse Enrico a quelli che s’erano frapposti: — non c’è pericolo d’accessi; il signore, rientrando nella propria natura, non tarderà a pentirsi di codest’atto.... incomposto, e s’affretterà a chiedermene perdono, anche in ginocchio, come già gli avvenne per altri a Parma.