Alfredo mandò un gemito di vero dolore; questo a un tratto sovrammontò in lui ogni collera: capì che l’edificio d’ogni sua felicità gli crollava intorno a quel punto senza possibilità di rifacimento; una gran desolazione, un gran vuoto, una terribile disperazione lo invase. Ebbe un momento l’idea di fuggire. Si disse che sarebbe stata una viltà; gli parve d’essere uno di quei gladiatori di Roma antica, che erano condannati a morire a ogni modo e che dovevano mettere un certo onore e un certo orgoglio a cadere con fermo viso. Si allontanò di pochi passi da Enrico non gettando su di lui neppure più uno sguardo, e disse, a quelli che lo attorniavano:

— Signori, credo che un simile disgustoso incidente abbia già durato fin troppo.... Mi ritiro; e prego voi due — e nominò due giovani dei presenti — a volermi fare l’onore di assistermi nelle ulteriori conseguenze di questa deplorevole scena.

Le medesime simpatie che s’era guadagnate presso Ernesto Sangré, e anche da prima presso Enrico, Alfredo si era pure acquistate dalla maggior parte dei giovani nobili torinesi; onde, benchè le parole del cavaliere di Valneve, che si sapeva incapace di mentire, facessero non lieve impressione negli uditori, tuttavia i due interpellati non rifiutarono il geloso e delicato incarico e si dissero a disposizione dell’amico, col quale si ritirarono per un momento in un appartato gabinetto.

Enrico da parte sua si rinchiudeva in un altro stanzino con due altri giovani da lui pregati di fargli da secondi; e questi per prima cosa gli domandavano se avesse davvero buono in mano da provare le gravissime accuse lanciate contro l’avversario.

Enrico si pentiva bensì già un pochino della pubblicità a cui s’era lasciato trascinare dal suo umore impetuoso; ma poichè le cose erano venute a tal punto, egli non poteva più indietreggiare e gli convenne dire come fosse venuto in chiaro di que’ fatti, citando a sostegno l’autorità del marchese Respetti; conchiuse che però ad ogni modo egli era dispostissimo a battersi con quel signore, anzi lo desiderava assai, e pregava i suoi rappresentanti a sollecitare, ad accettare qualunque arma, qualunque più seria condizione, pur di far presto e uscirne fuori, se fosse possibile, anche di quella sera.

I due padrini risposero che, poichè egli aveva messa la cosa nelle loro mani, lasciasse far da loro, i quali poteva esser certo avrebbero scelti que’ partiti che più si convenivano al decoro e all’onore del loro mandante; e promisero di fargli sapere il risultato delle pratiche quanto prima potessero.

Il giovane Sangré, tutto ancora accaldato, corse a casa, dove aveva da aspettare la risposta, e ridottosi nelle sue camere, andò senz’altro all’armadio in cui teneva le sue armi e ne trasse fuori due scatole di pistole e due o tre coppie dì fioretti; esaminò le armi da fuoco, ne fece scattare le molle, prese la mira, mise in disparte quelle che gli parvero le migliori, impugnò i fioretti un per uno, li brandì, si esercitò a tirare due o tre bottate contro il muro.

— È un po’ di tempo che non mi sono sgranchito alla scherma; non sarebbe forse male rifarmi un po’ l’occhio e la mano... Ah! non voglio che sia un duello da ridere, e lasciarmi bucare io da colui, no per bacco!...

Si slanciò, colla concitazione del sangue che aveva ancora addosso, al cordone del campanello e diede una grande strappata: fu lesto ad accorrere lo stesso vecchio Tommaso.

— Che cosa comanda signor cavaliere? — disse l’affezionato servitore guardando con occhio spaurito quelle armi sparse qua e là, il viso animato del padroncino e la bellica ferocia, per così dire, con cui egli brandiva la flessibile lama.