— Va subito dallo Speirani — (che era il suo maestro di scherma) — e digli che venga qui sul momento, se può, e il più presto che sia libero, se per caso è impegnato.
Tommaso non si mosse; esaminava tutto commosso l’aspetto del giovane e il guizzo del fioretto che questi maneggiava.
— Ah, signor cavaliere! — disse balbettando: — Lo Speirani?... Quelle armi?... Che cosa vuole?
E l’acceso giovane coll’impeto della sua indole avventata:
— Voglio liberare e me, e mia sorella, e tutti noi di un mascalzone d’avventuriero che tentò ficcarsi nella mia famiglia come un tarlo in una bella e buona stoffa.
— Il conte di Camporolle? — esclamò Tommaso sbalordito.
— Sì, colui; ma leva il conte e il Camporolle... Sono le penne del pavone: sotto c’è una cornacchia e forse peggio.
— Vuol battersi con quel giovane? Col fidanzato della contessina?
Enrico diede addirittura nei lumi.
— Ma che fidanzato? Prima che sposi Albina colui, voglio che profondi il Palazzo Madama... Glie l’ho detto ciò che gli conveniva or ora al Club, e presto glie lo confermerò con una palla di piombo o con due dita di lama...