Come abbiamo visto, il marchese non c’era, e nelle varie volte che Matteo ansioso ed impaziente ritornò, mai non ebbe la fortuna di trovarlo, finchè alle sei precise, quando il Respetti veniva a pranzo, i due uomini si incontrarono fronte a fronte nel vestibolo in alto delle scale, al primo piano.
Si ridussero in un gabinetto, si richiusero dentro, e il marchese con quel tono di superbia con cui aveva accolto l’usuraio, gli disse, senza accennargli neppure di sedere:
— Che cos’è che voi potete volere da me?... Parlate.
XXIII.
Matteo Arpione stette un momento prima di parlare, come si fa dopo una corsa per riavere il respiro che vi manca; voleva dominare il suo turbamento, riacquistare tutta la freddezza della sua mente, la furberia della sua indole e l’abilità della sua lunga esperienza di trattare cogli uomini e di giuocare colle varie passioni di essi, per cominciare quel colloquio, il quale doveva essere una lotta, in cui egli voleva riuscir vincitore. Giunse così a comporre il suo aspetto, a ridonare alla sua fisonomia quell’apatica indifferenza sotto cui nascondeva accuratamente ogni emozione, ogni sensazione, allo sguardo quella plumbea freddezza che era negativa d’ogni qualsiasi espressione.
— Signor marchese, — diss’egli poi, umile e curvo com’era sempre, con voce senz’armonia, fredda, sorda, sommessa, tranquilla, lenta — sono venuto da Lei per rendere un gran servizio alla nobile famiglia di Valneve, per la quale, malgrado il modo crudele con cui ne venni trattato, io ho sempre la medesima affettuosa e rispettosa devozione....
Il marchese fece un gesto di leggera impazienza; Matteo s’affrettò a soggiungere:
— E per cercare di risparmiarle, col mezzo di Vossignoria, una gran disgrazia che la minaccia.
Respetti lo guardò bene con diffidenza.
— Quale disgrazia? — domandò con orgogliosa freddezza.