— Poco fa, non saranno più di due ore, — rispose Matteo, pronunziando le parole ancora più lente e spiccate, — il signor cavaliere Enrico Sangré, al Club dei nobili ha insultato gravemente il conte di Camporolle e ne successe una sfida, la quale, e per la gravità dell’insulto, e per la qualità delle persone, non può che avere le più deplorevoli conseguenze.

Il marchese fece un atto di viva contrarietà.

— Ah! l’imprudente ragazzo! — esclamò con accento di rammarico. — Ma già quello lì ha del liquido infiammabile nelle vene, alla menoma fregagione piglia fuoco come un razzo....

— Ella capisce, — riprese il vecchio, — che codesto duello non deve aver luogo, non può aver luogo, e che a Lei, signor marchese, incombe l’obbligo d’impedirlo.

Respetti guardò con altezzosa ironia quell’uomo vecchio, umile in vista, mal vestito, che gli stava dinanzi.

— È il signor Arpione che viene ad ammonirmi di quello che è mio obbligo?

Matteo, senza pur dipartirsi dalla solita umiltà dell’aspetto e del contegno, rispose con una certa fermezza:

— Sì, signor marchese; nessuno meglio di Lei può fare questa buona opera, può rendere questo servizio ai signori Sangré, e la sua relazione, la sua parentela con essi, pare a me che glie ne facciano proprio un debito. Vossignoria perdonerà la mia franchezza, perchè mossa dal maggiore interessamento per quelle persone che a Lei sono carissime.... Ed è perciò che sono venuto confidente ad avvertir Lei del caso e a dirle di recarvi rimedio.

Sotto l’ancora apparente umiltà dell’usuraio, al marchese parve avvertire una certa intenzione di dettargli la legge, che suscitò in lui un’ombra di risentimento; se non avesse avuto desiderio e bisogno egli stesso di ottenere da quell’uomo importanti rivelazioni, lo avrebbe senz’altro licenziato dalla sua presenza con superbe parole; si limitò a guardarlo alteramente, e rispose:

— Dalla parte di mio cugino veggo molto difficile l’impresa. Un Sangré non si ritira più quando ha mandata ed accettata una sfida; e io non oserei nemmanco proporlo.