— Non dico che il cavaliere faccia cosa alcuna men degna di lui, del suo nome.... Ma Lei, marchese, colla sua autorità può frapporsi fra i due giovani e ottenendo qualche cosa dall’uno e qualche cosa dall’altro, giungere alla riconciliazione.... Pensi alla contessa Adelaide!... Pensi che il conte di Camporolle è schermitore abilissimo, è pieno di coraggio e di forza....
— Mio cugino Enrico, — interruppe brusco il marchese, — non è inferiore a nessuno per valore e nemmeno per abilità nel maneggio di qualunque arma: colla pistola su dieci colpi è sicuro d’imbroccare il centro del bersaglio nove volte, e fra quanti frequentano la sala d’armi dello Speirani, non c’è alcuno che possa stargli a paro sia col fioretto che colla sciabola.
Lo sguardo del vecchio ebbe un balenìo come di spavento, e il color terreo della sua faccia si fece ancora più giallastro.
— Ah! in un duello, sul terreno, — egli disse, — Lei sa pure che non è più come al bersaglio e nella sala d’arme....
Respetti interruppe con disdegnosa impazienza:
— Ebbene sì, tranquillatevi.... Se vi preme cotanto il veder sottratto a tal pericolo il cavaliere Enrico, io mi ricordo ora che c’è un mezzo per far dichiarare da ogni persona d’onore impossibile questo duello; e un mezzo affatto decoroso per mio cugino.
— Ah sì! — esclamò Matteo con un sentimento non del tutto dissimulato di contentezza e di sollievo: — e questo mezzo sarebbe?...
— Comprendete pur bene anche voi, — rispose il marchese, — che un Sangré non può battersi che con un avversario degno di lui, sull’onore del quale, almanco, non siavi la più piccola macchia.
Lo sguardo, la fisonomia del vecchio tornarono foschi.
— Ebbene?... E con ciò?... — egli domandò con voce sorda e, nell’apparente indifferenza quasi minacciosa.