— Ebbene, quel sedicente Camporolle non è avversario con cui si possa misurare mio cugino, perchè non si sa chi sia, perchè ci si è presentato con nome finto, con documenti falsificati, perchè tutto fa sospettare una origine poco onorevole alle ricchezze di cui gode, perchè lo si accusa perfino di aver fatto il denunziatore alla polizia di Parma.
Matteo smarrì il suo sangue freddo: un rosso cupo gli venne ai pomelli delle guancie aggrinzate, le pupille in fondo alle occhiaie ebbero un bagliore viperino, la bocca si contrasse in una smorfia da far paura, la voce suonò con una vibrazione maggiore e con tono più alto.
— Codeste sono tutte calunnie... Oh lo so bene che Lei stesso, signor marchese, le raccolse e le va spargendo; e sono venuto apposta da Lei, anche per ciò, a dirle che il male fatto o voluto fare, Ella stesso lo deve distrurre e riparare; che Ella deve rivendicare e difendere l’onore di colui che è lo sposo e sarà il marito di sua cugina Albina; che deve impedire il duello minacciato per l’unica ragione che è impossibile stiano colle armi alla mano, fronte a fronte, due che devono — ripetè la parola, pesandoci su con significazione — che devono diventare cognati e amarsi come fratelli.
Respetti interruppe con disdegno.
— Olà, sor Arpione, dove avete preso codesta sicurezza e codesto tono? Che voi ci teniate dimolto a fare sposare la contessina Sangré con quel signore, lo sapevo già; so che avete impiegato certe arti per indurre quella giovinetta ad accettare tal partito; e mi piacerebbe pur sapere qual sia la ragione che in voi, solito a non far nulla per nulla, a non muovere pure un dito senza averci qualche buon guadagno, ispira tanto interessamento per quel giovanotto, sul quale avete vegliato fin da bambino, il quale avete fatto ricco mercè il frutto delle vostre usure, e ora volete introdurre nella vera nobiltà con un simile matrimonio.
Matteo Arpione avvisò che il momento decisivo era venuto, che ora, per vincere la pugna, bisognava ferire il gran colpo, e ridrizzata la persona, levato fieramente il capo, con accento risoluto e quasi minaccioso, proruppe:
— Sì, quel giovane l’ho voluto ricco, nobile e lo voglio ora felice; ma la ragione è inutile cercarla, e non le consiglio, marchese, di perdere in ciò il suo tempo. Quel matrimonio deve farsi, lo voglio; e Lei deve aiutarmici, torre di mezzo tutte le cattive impressioni che ha suscitate, dichiarare insussistenti le mosse accuse, non lasciar avvenire il duello e far affrettare anzi le nozze....
— Davvero? — esclamò con insolente ironia il marchese.
— Sono venuto a pregarla di tutto ciò.... ed ella mi ubbidirà....
— Ah sì! — interruppe Respetti, nel cui accento cominciava a fremere la collera.